Berlino, inizia il concorso

Berlino, inizia il concorso

- in EDITORIALI, IN EVIDENZA, NEWS
699
Commenti disabilitati su Berlino, inizia il concorso
Black 47

Seconda puntata del nostro diario dal festival del cinema di Berlino, con alcuni film in lizza per l’Orso d’oro

Download PDF

Con oggi, dopo la partenza con il film di Wes Anderson, entra nel vivo la serie dei film del Concorso principale e anche quella della sezione Panorama, che negli anni passati non ha fatto mancare belle sorprese, alcune anche con un taglio più rivolto al grande pubblico.

Si inizia con Las herederas, del paraguayano Marcelo Martinessi (in passato autore di corti passati anche al Festival di Venezia). Chela e Ciquita sono due donne di una certa età, compagne da lungo tempo, costrette ad affrontare una seria difficoltà economica. Quando vendere i mobili di casa non basta più, Ciquita finisce in prigione per debiti. Ed è così che Chela, abituata a un ruolo passivo e spesso quasi reclusa in casa, inizia quasi per caso un’attività di chauffeur per anziane signore ricche del quartiere… Uno strano lavoro che, oltre che farle guadagnare qualche soldo, le permette piano piano di riscoprire la curiosità per la vita e la capacità di cavarsela nel mondo.
Un film per certi versi minimalista (poco nulla accade e anche questo non è mai trattato con toni accesi, neppure quando si tratta della prigione), più che altro uno studio di caratteri, primo di tutti quello della sua protagonista, una donna timida e riservata che riscopre dentro di sé risorse inaspettate.

Si prosegue con Damsel, western surreale diretto dai fratelli David e Nathan Zellner e già passato sugli schermi del Sundance poche settimane fa. Se il genere, una volta quasi simbolo del cinema americano, poi caduto in disgrazia, sta ora dimostrando una notevole vitalità (basti pensare ai recenti Slow West e Hostiles, film da festival, ma anche alla serie Netflix Godless, che vantava un cast cinematografico), non si può dire che questa pellicola, al di là delle intenzioni, abbia la prospettiva di diventare una pietra miliare. A dispetto delle volonterose interpretazioni di Robert Pattinson (ormai un habitué della filmografia indipendente, chissà quanto ancora ci metterà a liberarsi dal senso di colpa per la trilogia di Twilight?) e Mia Wasikowska, il film non decolla davvero mai e, anche se qualcuno, visti i tempi, vorrà arruolarlo alla causa della lotta femminista alle molestie, in realtà è molto meno centrato nei suoi temi di quanto anche gli attivisti potrebbero desiderare.

Molto più interessante Black 47 dell’irlandese Lance Daly, anche questo a modo suo un western, anche se il 47 del titolo è l’anno del diciannovesimo secolo segnato dalla terribile carestia irlandese, in cui persero la vita più di un milione di persone e che costrinse moltissimi ad emigrare. In queste tremende condizioni fa ritorno a casa un soldato che, dopo aver combattuto per gli inglesi in Afganistan e India, ritrova la sua famiglia spazzata via da fame e oppressione. Si metterà sulla via di una vendetta sanguinosa per farla pagare a tutti i colpevoli. Sulle sue tracce un gruppe di soldati inglesi tra cui Hannah (Hugo Weaving), un tempo suo ufficiale superiore. Un film profondamente radicato nella storia che racconta, ma con inevitabili echi nell’oggi: da un lato alla Brexit (per colpa della quale si sono riaperte antiche dispute proprio in Irlanda), dall’altro i milioni di morti di fame nel mondo di cui, come probabilmente succedeva all’epoca, fa notare il regista in conferenza stampa, si legge sui giornali senza neppure prestare troppa attenzione.
Un film “anti-imperialista” sì, ma attento a cercare di sfumare le varie posizioni, mescolando le carte tra i due campi, cosa a cui si è mostrato molto sensibile anche il cast presente alla conferenza stampa.

La giornata ha visto anche il debutto alla regia di due attori molto diversi: da un lato The Happy Prince, scritto e diretto da Rupert Everett (e prodotto tra gli altri dall’italiana Palomar) che, in un’opera prima evidentemente molto personale, racconta gli ultimi anni di vita di Oscar Wilde, tra tentazioni a cui non sa resistere, desiderio di espiazione e rimpianti, in un intreccio di arte, biografia e senza dimenticare il tormentato rapporto con la fede che lo scrittore riscoprì proprio negli ultimi anni della sua vita. Dall’altro Yardie , storia giamaicana tra Kingston e la Londra degli anni Ottanta, che Idris Elba (protagonista apprezzato della televisione inglese e del grande cinema internazionale) trae da un romanzo di grande successo. Seppure non eccezionale, il film testimonia l’abilità del neoregista nella scelta di un cast molto convincente e nella gestione di una storia che, mescolando criminalità, musica, desiderio di vendetta e amore, dopo un avviamento un po’ faticoso, finisce per coinvolgere a dispetto di una certa prevedibilità.

Laura Cotta Ramosino

About the author