Berlino, il dilemma di un padre

Berlino, il dilemma di un padre

- in EDITORIALI, IN EVIDENZA, NEWS
644
Commenti disabilitati su Berlino, il dilemma di un padre

L’esordio di Casey Affleck alla regia, nella sezione Panorama, meglio dei film in concorso di Marie Kreutzer e Fatih Akin

Download PDF

Diario da Berlino – puntata numero 3

Al Festival di Berlino Festival l’austriaca Marie Kreutzer con Der Bode unter del Füssen (La terra sotto i miei piedi) porta il ritratto di una giovane donna in carriera, Lola, consulente incaricata di ristrutturazioni aziendali che sembra avere tutta la vita sotto controllo, tra un lavoro da cento ore a settimana, allenamenti solitari e furibondi in palestra, cene di lavoro e una relazione con la sua superiore. A far traballare le sue certezze (e il titolo originale potrebbe riferirsi proprio a questa improvvisa percezione di non avere più i piedi saldi a terra) l’ennesimo ricovero della sorella, schizofrenica, che ha tentato il suicidio. Un legame che Lola finora ha tenuto accuratamente nascosto e che ha “gestito” come il resto della sua vita. La nuova situazione, insieme allo stress lavorativo, rischia però di farle dubitare anche della propria salute mentale. Ma mettere in discussione piani e progetti in un mondo che richiede performance a tutti i costi e rende anche i rapporti lavorativi incerti e pieni di sospetto, potrebbe essere molto difficile.

Der Goldene Handschuh di Fatih Akin

Firmato dal pluripremiato autore tedesco di origini turche Fatih Akin (che aveva già vinto l’Orso d’oro nel 2004 con La sposa turca, è l’horror – parola del regista – Der Goldene Handschuh (Il guanto d’oro), tratto da un libro che rievoca la vicenda (vera) di un serial killer nell’Amburgo degli anni Settanta.  Nel quartiere malfamato di St. Pauli di Amburgo, Fritz Honka uccide e smembra donne derelitte, ubriacone e prostitute che frequentano come lui il bar Der Goldene Handschue, nascondendone i corpi nell’intercapedine di casa senza che nessuno ci faccia caso, se non gli immigrati greci del piano di sotto disturbati dall’odore. Il regista non risparmia nulla allo spettatore, indugiando sullo squallore del contesto (per altro perfettamente documentato, come mostrano le foto dei luoghi reali durante i titoli di coda) e sulla mostruosità quasi “ordinaria” della azioni di Honka, ma anche sulle vite miserabili delle sue vittime. Un orrore che fa il paio con l’atmosfera dell’epoca, che  senza dubbio è una delle ragioni che ha permesso ad Honka, di sicuro non un serial killer raffinato e intelligente, di agire indisturbato per anni.

La sorpresa migliore della giornata, però, è, nella sezione Panorama, la solida opera prima di regia di Casey  Affleck, anche protagonista, accanto ad una giovane esordiente, di Light of my life, ambientato in un futuro distopico non molto lontano dove un virus ha di fatto spazzato via la popolazione femminile. Sono passati dieci anni, ma un padre (lo stesso Affleck) vive isolato dal mondo con la sua bambina, Rag, miracolosamente sopravvissuta all’epidemia. Il padre (non lo sentiamo chiamare mai per nome, è la sua funzione che lo definisce) e la figlia, capelli corti per farla sembrare un maschio, vivono per lo più nei boschi, in una tenda, nel timore che l’eccezionalità della piccola possa metterla in pericolo. Le cose però stanno cambiando, Rag cresce e fa mille domande, vorrebbe avere una casa e vestiti da femmina; e il padre si rende conto che è sempre più complicato continuare ad andare avanti come hanno fatto finora.

Affleck, che ha anche scritto il film, voleva mettere in scena, in modo estremo, il dilemma di qualunque genitore, diviso tra il desiderio di proteggere i propri figli dalle brutture del mondo e la consapevolezza di dover dare loro la libertà di diventare grandi e autonomi. Per farlo sceglie un racconto nello stile de La strada, in cui però la crudeltà del mondo di fuori è quella umana, fino al finale più intuita che messa in scena. L’Affleck attore regala al suo personaggio una disperata tenerezza e una forza disarmata, mentre da regista porta avanti con solidità e pochi arzigogoli un racconto semplice, sincero, che ha l’intelligenza di stare attaccato ai suoi personaggi e lasciarli dialogare, non solo con le parole ma anche con i gesti, la vicinanza e gli sguardi.

Laura Cotta Ramosino

About the author