Berlino, le ferite più profonde

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Una scena di "Grâce à Dieu" di François Ozon

Lo scandalo pedofilia nel film del regista francese Ozon e una bambina traumatizzata e violenta in quello della tedesca Nora Fingscheidt

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Diario da Berlino – puntata numero 2

 

Un’altra immagine di Grâce à Dieu

Nella seconda giornata di Festival va in scena un film destinato a far discutere. Si tratta di  Grâce à Dieu di François Ozon, dedicato allo scandalo pedofilia all’interno della diocesi di Lione, oggi oggetto di un processo che si chiuderà tra un paio di mesi, e al gruppo La parole libérée, che unisce le vittime di molestie. Ci sarà sicuramente chi vorrà paragonarlo al premiatissimo Spotlight di qualche anno fa ma Ozon, che qui sicuramente firma una delle sue opere migliori, segue un’altra strada, puntando lo sguardo sulle vittime: uomini ormai adulti che in maniere diverse portano su di sé i segni delle molestie subite anni prima. Il film ha tre protagonisti principali, che sembrano passarsi il testimone nel corso della storia: Alexandre, professionista di successo, padre di cinque figli e ancora profondamente cattolico, che per primo si rivolge alla diocesi, chiedendo di procedere contro il sacerdote che tanti anni prima lo aveva molestato e che ancora è a piede libero e in grado di nuocere. Segue François, ormai ateo irruente e il più deciso, una volta che il procedimento giudiziario è partito, a portare le vicende sotto l’occhio dei media. Ultimo a entrare in scena Emmanuel, quello dei tre che porta in modo più evidente e drammatico i segni dell’abuso in una vita adulta ancora senza pace. La qualità migliore del film di Ozon è la capacità di seguire, anche stilisticamente, i suoi protagonisti, lasciandoli aprire progressivamente senza che una volontà ideologica, seppur giustificata, prevalga sulla simpatia nei loro confronti. Si tratta di un film profondamente umano, che si chiude su una domanda  autentica destinata a scavare nel cuore degli spettatori.

Systemsprenger di Nora Fingscheidt

Ad aprire la sezione principale del concorso è stato un esordio alla regia, Systemsprenger di Nora Fingscheidt, che ha al centro una bambina, Benni, la cui condizione apparentemente irrisolvibile è, come suggerisce il titolo (che significa più o meno “chi rompe il sistema, l’ordine”), una specie di baco del sistema dell’assistenza sociale. Figlia di una madre emotivamente incapace, Benni soffre, forse per un trauma infantile o forse per ragioni più gravi, di improvvisi attacchi di violenza quasi psicotica, che la rendono pericolosa per sé e per gli altri bambini, e ingestibile anche per i pur volonterosi membri dell’assistenza sociale che di volta in volta cercano di prendersi cura di lei. Grazie anche all’interpretazione intensissima della sua giovane protagonista, il film della Fingscheidt segue passo passo il viaggio drammatico di Benni, preda di una natura che non riesce a controllare e di un insopprimibile desiderio di essere amata, e i tentativi sinceri di adulti volonterosi destinanti a riconoscere la propria impotenza. Uno sguardo  capace di coinvolgere perché pieno di simpatia e senza giudizi preconfezionati.

L’altro film in concorso, Öndög  di  Wang Quan’an, una storia ambientata nella steppa mongola, parte da un cadavere e un omicidio per raccontare poi una storia legata indissolubilmente alle tradizioni locali, in cui giganteggia un personaggio di donna forte e indipendente, che tuttavia è guidata anche da un profondo desiderio di  diventare madre e costruire una famiglia.

Meno convincente il passaggio nella sezione Panorama del film corale Hellhole del regista belga Bas Devos, che segue le storie di vari personaggi nella Bruxelles di oggi, ancora sconvolta dopo gli attentati di qualche anno fa. Tra gli interpreti anche l’italiana Alba Rohrwacher nei panni di una traduttrice presso le istituzioni europee che vive una profonda crisi professionale e umana. Nonostante le buone intenzioni il film crolla sotto il peso della sua voluta esilità narrativa, di scelte stilistiche arbitrariamente faticose e di un ritmo decisamente disteso.

Laura Cotta Ramosino

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