Benvenuti a Marwen

Benvenuti a Marwen

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Un uomo reduce da un violento pestaggio si chiude in un mondo di fantasia “in miniatura”, dove trasforma quanto gli accade in un universo di coraggio ed eroismo

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Cosa ha trasformato Mark Hogancamp in un uomo disturbato e terrorizzato, afflitto da incubi e costretto a imbottirsi di farmaci e che riesce a vivere serenamente solo nel mondo in miniatura chiamato Marwen, una città belga ai tempi della seconda guerra mondiale che si è creato (e inventato)? Un mondo dove c’è lui (o meglio, un pupazzo “action figure” identico a lui) nei panni dell’eroico capitano Hogie, pilota di aerei da combattimento, ci sono i cattivi nazisti – che fanno sempre una brutta fine, e che sono proiezioni di chi gli ha fatto del male – e soprattutto ci sono un gruppo di donne, coraggiose combattenti. Anche loro, con le fattezze di donne reali, quelle che lo hanno aiutato a riprendersi e che lo circondano; le uniche di cui si fida. E mentre la sua memoria non riesce a ricordare cosa gli è successo (ma rivive episodi e sentimenti della sua vita – “virati” in chiave eroica e positiva nel mondo di Marwen – nella sua vita entra una nuova, affascinante vicina di casa. Un’installazione artistica, che lui fotografa di continuo per fissare nella memoria quelli che per lui sono “fatti” reali; e che prende anche il posto della sua attività di disegnatore, che non può più svolgere dopo l’“incidente”.

Si vorrebbe parlare solo bene di Benvenuti a Marwen, come di ogni film di quel grande uomo di cinema che è Robert Zemeckis che ha consegnato alla Storia film come Ritorno al futuro e i suoi sequel, Chi ha incastrato Roger Rabbit, Forrest Gump, Contact, Cast Away, The Walk… Generoso visionario e sperimentatore, non sempre quando ha battuto nuove strade è stato premiato da risultati in linea con le ambizioni. Ma in una carriera lunga e gloriosa, qualche passo falso è normale. O film poco memorabili. Perché è tutt’altro che brutto e insignificante Benvenuti a Marwen, basato su un’incredibile storia vera di un uomo che, a seguito di un furibondo pestaggio da parte di un gruppo di bulli, perse la memoria (e tutto quanto aveva, dalla moglie al lavoro) e si rifugiò in un mondo di fantasia costruito con meticolosa attenzione ai dettagli. Interpretato da uno Steve Carell sempre più bravo e lontano dai suoi primi ruoli comici (pur mantenendo quei guizzi da commediante di razza), il film è raffreddato dal continuo uso dei pupazzetti stile “action figures” e dalle loro “gesta”: che all’inizio sorprendono per inventiva e vivacità, ma alla lunga stancano e allontanano lo spettatore dalle vicende irreali ma anche reali. Pian piano scopriamo la verità su quanto avvenuto a Mark, e ovviamente non ne rimaniamo indifferenti. Ma sia le violenze o le trepidazioni amorose non ci toccano più di tanto. Tanto meno figure come la strega cattiva che minaccia Hogie e terrorizza Mark.

Ma forse non sono solo i pupazzi il maggior freno (e pure la trovata più divertente e ben realizzata, si intende), quanto una storia reale, peraltro raccontata anni fa da un documentario molto più coinvolgente (Marwencol di Jeff Malmberg) che sembra aver imbrigliato la fantasia di Zemeckis, che si sbizzarrisce in soluzioni, effetti, trovate (e in tante, strane autocitazioni, dalla panchina di Forrest Gump alla DeLorean di Ritorno al futuro). Ma non trova una narrazione forte e avvincente. Nulla ci spiazza e sorprende davvero, nemmeno la contrapposizione tra uomini gretti o violenti (e ovviamente i nazisti dei suoi giochi/racconti di guerra rappresentano chi lo pestò a sangue) e donne volitive e coraggiose, la prevedibile rinascita del nostro eroe in una contenuta ma scontata retorica, e nemmeno l’epilogo che lo riporta a una realtà meno seducente ma più apprezzabile perché vera; un ritorno alla realtà cui ha contribuito anche la sfrenata fantasia artistica che ha generato il mondo minuscolo di Marwen. Messaggi positivi, che sono sempre utili; ma all’interno di un film che difficilmente ricorderemo a lungo.

Antonio Autieri