Benedetta follia

Benedetta follia

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Abbandonato dalla moglie dopo 25 anni di matrimonio per una donna, un serio commerciante di articoli religiosi viene travolto dalla nuova e giovane commessa

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L’inizio di Benedetta follia è in puro Verdone-style: uno scrupoloso e ligio proprietario di un negozio, a Roma, di articoli religiosi, in ottimi rapporti con il Vaticano e con il clero in genere, festeggia con la moglie i 25 anni di matrimonio. Peccato che lei, come regalo, gli confessi che da un anno ha un’altra “storia”. E, vero choc per il povero Guglielmo Pantalei, non è un “lui” ma una “lei”: più precisamente la commessa del negozio. Guglielmo perde in un colpo moglie e commessa: per sostituire la seconda, dopo aver trovato una suora laica perfetta per lui ma disponibile solo dopo un mese, nel frattempo si adatta a far lavorare a tempo una giovane borgatara. Luna, questo il suo nome, non c’entra nulla con l’immagine austera del negozio: ma nonostante look aggressivo, italiano improbabile e comportamenti goffi, l’uomo si fa impietosire; anche lei è appena stata lasciata dal fidanzato. E altri segreti nasconde. Ma Luna porta nella vita di Guglielmo una ventata di “positività”, costringendolo a non pensare più alla moglie e a cercare di conoscere altre donne. Anche se con risultati spesso tragicomici.

Questo è solo l’inizio, poi il film prende molte strade e presenta anche qualche colpo di scena. Purtroppo, via via si perde l’aspetto più interessante del film ovvero il rapporto tra il protagonista, interpretato come sempre dallo stesso Carlo Verdone, e il personaggio di Luna cui regala la sua freschezza Ilenia Pastorelli (già strepitosa al suo esordio in Lo chiamavano Jeeg Robot, che le valse il David di Donatello). Niente di originale: già dinamiche simili, di contrasto e simpatia (in passato anche attrazione, qui per fortuna esclusa) tra opposti le avevamo viste in altri film di Verdone: senza tornare al suo capolavoro Maledetto il giorno che t’ho incontrato, con Margherita Buy, per rimanere ad anni recenti si possono citare almeno Io loro e Lara (con Laura Chiatti) e Posti in piedi in Paradiso (con Micaela Ramazzotti), film in cui altri ragazze terremotavano la vita di un pover’uomo di mezza età.

Ma, appunto, come troppe volte gli succede poi Verdone inizia a sbracare: già nei vari “incontri al buio” si susseguono incontri con donne sopra le righe e al limite della patologia in cui l’umorismo è, ahinoi, davvero di grana grossa, con scivolate di cattivo gusto (una rischia di passare alla storia, in negativo) che dopo 40 anni di carriera il comico romano potrebbe evitare; quanto ai velati ma evidenti accenni anticlericali sono tanto prevedibili – la suora laica bigotta, l’amore di vescovi e cardinali per il lusso, pure qualche allusione ad altri “vizietti” – quanto banali, come di chi strizza l’occhio a chi già la pensa così (senza capire quanto possa irritare altri spettatori). Quindi c’è una scena musicale e “allucinata” – causa pasticca in discoteca – voluta dai due cosceneggiatori giovani ed emergenti Guaglianone e Menotti che vorrebbe citare Il grande Lebowski (anche se a noi ha ricordato una celebre, lunga sequenza del disneyano Dumbo) ma che, nonostante coreografie ben fatte, non si sposa bene con il resto del film. Scena “folle” che introduce il cambiamento del protagonista, fin lì piegato dal rimpianto, con un’evoluzione mal narrata e poco credibile. Evoluzione simboleggiata da una vecchia moto finalmente tirata fuori dal garage e che si dovrebbe approfondire con l’amore per una nuova donna “normale”: ma a questo punto intervengono una serie di sterzate, controsterzate e colpi di scena – con puntata “pericolosa” in un locale di Ostia finita con un pestaggio – che appesantiscono sempre di più il film.

Come detto, con la sua esperienza Verdone potrebbe consegnare a un pubblico che ancora lo segue film più curati, “puliti”, coerenti con la storia che vuol raccontare. Invece anche Benedetta follia finisce nell’elenco dei suoi titoli minori, che sprecano una serie di intuizioni e spunti e anche un paio di momenti godibili. Soprattutto spreca l’ottima performance di Ilenia Pastorelli (scegliere le attrici e dirigerle bene è sempre stato un suo punto di forza). Non è mai stato l’equilibrio il valore primario dei suoi film, ma in quelli migliori i difetti si dimenticavano volentieri grazie a una maggior leggerezza, a un’idea forte o a un finale che rimaneva impresso. Qui, purtroppo, tutto ciò non avviene.

Antonio Autieri

 

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Scrivo di cinema dal 1992. E dal 1994 dirigo giornali, giornalini, ora testate on line...