Ballata dell'odio e dell'amore

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Vicissitudini del figlio di un clown ucciso dai Franchisti durante la Guerra Civile.

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Film ambizioso e complesso, senz'altro il più difficile del regista basco Alex De La Iglesia. Il progetto è di quelli che fanno tremare i polsi: raccontare quasi quarant'anni di Franchismo, dalla Guerra Civile fino ai primi anni 70 attraverso il punto di vista assai originale di un ragazzino, figlio di un clown repubblicano e per questo ammazzato dai Franchisti. De La Iglesia, che per questo film ha vinto il Leone d'Argento alla Mostra del Cinema di Venezia 2010, realizza una confezione impeccabile, con una grande attenzione ai colori, alle scenografie, ai costumi quasi a voler girare una personalissima tragica memoria degli anni difficili del Franchismo. Lo stile non gli manca certo, così come un gusto paradossale e surreale che aveva già dimostrato di possedere nel suo film migliore, La comunidad, un giallo alla Hitchcock denso di umorismo nero. Qui, forse per la delicatezza del soggetto, gli scappa però la mano: ci sono tanti, troppi personaggi; troppi, diversi cambi di registro e stile; troppi film diversi. Si parte con la ricostruzione assai dolorosa del trauma di una ragazzino che vede morire sotto i propri occhi il padre ammazzato senza pietà da uno dei generali di Franco. De La Iglesia non risparmia le crudezze e alterna alle scene di finzione le scene reali delle crudeltà del Franchismo: fucilazioni e violenze. Poi con un grande salto narrativo, arriviamo agli anni 70. L'atmosfera e l'ambientazione sono assai efficaci: i colori, i costumi, tutto sembra sottolineare il desiderio di una Nazione di scrollarsi di dosso il grigiore della dittatura fascista. Entra in scena il ragazzino, ormai fattosi uomo: Javier (interpretato dall'ottimo Carlos Areces). È lui il clown triste di un circo famoso della Spagna. E' triste ma singolarmente riesce a far ridere e appassionare i bambini e gli fa da spalla il padre-padrone del circo, il terribile Sergio (impersonato da un altro attore in forma strepitosa, Antonio De La Torre). Protervo e arrogante nei confronti del sottoposti, violento con la fidanzata acrobata interpretata dalla splendida Carolina Bang, Sergio e Javier imbastiscono nel tempo un vero e proprio scontro per ottenere l'attenzione e le grazie della bella Natalia. Finirà tragicamente dopo un gioco al massacro in cui De La Iglesia riesce a citare tutti i suoi amori cinefili: da Il circo di Chaplin, la cui storia sembra proprio seguita passo dopo passo dal regista spagnolo, a Buster Keaton all'amatissimo Hitchcock fino agli horror struggenti degli anni 30, Frankenstein in testa. La regia ipertrofica e barocca di De La Iglesia riempie lo schermo di tanto cinema più o meno noto: e si va dai riferimenti alti di Bunuel e Fellini alla serie B spagnola di Jesus Franco. A un certo punto si ritrova il calco di una sequenza celebre di King Kong nella versione di Cooper del 1933. Tanta roba, sicuramente troppa, a cui la sceneggiatura dello stesso regista non riesce a star dietro. Così, i passaggi di registro sono gestiti assai male dal punto di vista della scrittura: appaiono poco motivati o comunque troppo sopra le righe i momenti in cui Javier ha addirittura a che fare con i Franchisti e il Generalissimo in persona, per non dire poi di un'eccessiva, gratuita esibizione di sesso e violenza presente un po' per tutto il film ma quasi insostenibile nella parte finale. Pieno di livore e di rabbia anche anticlericale (il che non è certo un'eccezione nel panorama di certo cinema spagnolo), Ballata triste attraverso la parola poetica e l'immagine simbolo del circo e della maschera, vorrebbe, per così dire, sublimare e rendere astratta l'esperienza tragica del Franchismo ma finisce per diventare uno specchio cupo e deformato di quegli anni in cui la Spagna, come dimostra bene il terribile finale, ha perso più che la libertà, la bellezza e l'innocenza.,Simone Fortunato

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