Automata

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In un futuro prossimo in cui il mondo da tempo si è affidato a dei robot che svolgono diverse mansioni, un agente assicuratore indaga sullo strano comportamento di alcuni automi.

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Fantascienza iberica a basso costo (anche se non si percepisce troppo) a due facce. La prima parte è buona fantascienza, seppur di riporto e non originale. L'incipit pare un omaggio a Blade Runner: ambientazione cittadina, cielo livido, pioggia acida, un detective ombroso a caccia di quello che pare un automa impazzito. Si procede su una doppia linea: da una parte Asimov evocato attraverso i due protocolli che segnano la vita dei robot, preservare a ogni costo la vita dell'uomo e non potersi modificare autonomamente. È proprio su un tentativo di manomissione del secondo protocollo che indaga un agente assicuratore che lavora per l'azienda che ha messo in commercio gli automi nel mondo. È Jacq Vaucan (Antonio Banderas, piuttosto in parte): con un figlio in arrivo ma sull'orlo della depressione, Jacq è l'ennesimo looser protagonista di un racconto sci-fi. Le indagini, abbastanza lineari, lo porteranno dapprima a consultarsi con un'”orologiaia”, ovvero un tecnico capace di entrare nel biokernel, la memoria dei robot. È la rediviva Melanie Griffith che ha una piccola parte in un film che gioca per buona parte sulle atmosfere dark e ambigue e su location azzeccate, specie nelle diverse sequenze nel deserto. Seconda parte meno efficace: convincono poco sia le ragioni degli automi, per quanto la protagonista robot Clio evolva dal punto di vista psicologico al punto da avvicinarsi ai sentimenti umani come suggerisce un finale semplice e commovente che riscatta almeno in parte i difetti di una parte centrale che gira un po' su se stessa con cattivi non efficacissimi (Dylan McDermott, il rude cacciatore di automi, una sorta di versione cattiva del leggendario Deckard di Blade Runner funziona più a livello d'immagine che non di sostanza) e deviazioni rispetto alla vicenda principali non gestite al meglio, dalle sequenze con protagonista la moglie di Jacq incinta al grande Robert Forster sprecato in una parte minore e nemmeno troppo funzionale al racconto. Non male nel complesso: un buon tentativo di fare fantascienza con pochi mezzi, un paio di riferimenti cinematografici giusti e una regia sufficientemente abile a nascondere le non troppe risorse disponibili.,Simone Fortunato,

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