Aquile randagie

Aquile randagie

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La Resistenza dal punto di vista degli Scout, che durante la seconda guerra mondiale salvarono la vita a più di 2000 persone.

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Ci voleva un film, Aquile randagie, per restituire alla storia della Resistenza italiana l’importanza di quegli Scout, perlopiù giovanissimi, che durante gli anni del fascismo , si opposero al regime e salvarono la vita di 2200 persone, ebrei e non. Dal 30 settembre al 2 ottobre, Aquile randagie sarà in sala con un’uscita “evento”, come ultimamente avviene anche per film importanti come Il sindaco del Rione Sanità di Mario Martone in concorso alla Mostra d’arte cinematografica di Venezia.

Primo lungometraggio di Gianni Aureli, scritto insieme a Massimo Bertocci, Francesco Losavio e Gaia Moretti, il film ha due linee temporali diverse. La prima, quella predominante, parte dagli eventi che determinarono, in seguito a una legge mussoliniana, la chiusura di qualunque associazione non legata o motivata dal governo. Gli scout, formazione di ispirazione cristiana, con la loro determinazione a salvare e servire le persone minacciavano la non adesione al fascismo e soprattutto alle leggi razziali che avrebbero autorizzato l’arresto di ebrei. La seconda, costruita come un contorno necessario al tema del film – il servizio e il perdono – si sviluppa intorno agli eventi del 1943, legati all’armistizio e alla caduta di Mussolini. Protagonisti di questa seconda linea narrativa sono due uomini opposti: un SS tedesco (ispirato a Eugen Dollmann, capo dei servizi segreti nazisti in Italia) e don Giovanni Barbareschi, sacerdote legato agli Scout, che devono raggiungere la Svizzera. Gli altri temi, ovvero la pacifica resistenza, l’inutilità dell’odio e il perdono racchiudono tutti gli elementi narrativi del film, primo lungometraggio di finzione dedicato a questa parte, spesso dimenticata, della nostra storia (solo nel 2018 c’era stato un documentario su Le Aquile randagie, intitolato Un giorno in più del fascismo).

Però la ricerca, anche nella scrittura, di raccontare la bellezza dell’uomo rischia a volte di trasformarsi in una costruzione un po’ artificiosa di quanto inumano possa essere il male. Certo il punto di vista del film non è un’esaltazione voluta degli Scout, ma un affondo, fuori dai confini associazionisti (come hanno più volte ricordato sceneggiatori e regista), su ciò che ci rende umani e sulla capacità, necessaria, di non rispondere al male con altrettanto male.

Presentato con successo al Giffoni Film Festival, Aquile randagie presenta i punti forti e i punti deboli di un’opera realizzata a basso costo (che ha ricevuto sostegno anche del web, attraverso il meccanismo del crowdfunding – Produzioni dal Basso e CentoProduttori – e 500 investitori privati, oltre al contributo ministeriale di Mibac e della Lombardia Film Commission, della banca BPER e delle associazioni cattoliche Agesci e Masci): ci sono attori alla loro prima esperienza cinematografica, ci sono passaggi narrativi troppo semplicisti, ma c’è anche originalità e desiderio di raccontare storie non comuni e rivolte ai ragazzi. Sono pochi i film infatti in grado di risvegliare la coscienza dei giovani e la loro grande capacità di fare il bene della società. E oggi, come oggi, questi valori sono rari in un film distribuito in sala, a un anno esatto dalla morte di don Giovanni Barbareschi, ultimo sopravvissuto delle Aquile randagie.

Emanuela Genovese