Aquaman

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Arthur Curry, alias Aquaman, deve reclamare il suo posto di erede di Atlantide per combattere le mire di suo fratello Orm che minaccia la terraferma

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Ultima scanzonata aggiunta all’universo solitamente assai più cupo dei supereroi DC Comics, Aquaman, proprio come il suo protagonista, ha la spudoratezza muscolare e l’umorismo di un film degli anni Ottanta, sostenuto dagli effetti speciali di oggi e, proprio perché non mira troppo alto, riesce senza difficoltà a guadagnarsi la simpatia del pubblico.

Arthur Curry (ancora interpretato da Jason Momoa) aveva fatto la sua comparsa già nella non troppo fortunata Justice League dell’anno scorso, tra i meta umani (supereroi, per non farla troppo complicata) convocati da Batman per combattere l’invasione extraterrestre di Steppenwolf.
Se non ci si ricorda molto del film (o si è saggiamente preferito soprassedere) non è però un problema, dato che la nuova pellicola, a parte un breve doveroso cenno, prende poi una sua via separata, esplorando soprattutto il regno sottomarino di cui Arthur (un nome scelto non a caso dalla madre Atlanna per il piccolo erede destinato a rimanere nascosto) dovrà riappropriarsi se vuole evitare che il mondo degli Oceani porti guerra alla Terra.

Le motivazioni accampate da Orm (fratellastro di Arthur, ma nato successivamente da un matrimonio legittimo) non sono, per la verità, del tutto fuori luogo: troppo a lungo gli esseri umani che abitano la superficie hanno considerato i mari un terreno di guerra o di caccia dissennata e una discarica per i propri rifiuti. Non a caso il primo assaggio di guerra risbatte sulle rive tonnellate di plastica, oltre che fregate e portaerei.
I seri richiami all’attualità finiscono qui, perché poi la pellicola prende, saggiamente, una strada avventurosa e favolistica, tra duelli per il trono a colpi di tridente, fughe in navi sottomarine supertecnologiche e cacce al tesoro per i sette mari alla ricerca di un mitologico tridente che dà il potere assoluto sugli Oceani. Anche dal punto di vista visivo Aquaman è quanto di più lontano si possa immaginare dalle palette cupe de L’uomo d’acciaio o di Batman contro Superman, e anzi s’immerge con fantasioso entusiasmo nel suo mondo sottomarino coloratissimo e luminoso, dove gli Atlantidei combattono in groppa a enormi cavallucci marini o a squali ammaestrati, manipolano l’acqua per trarne energia e hanno costruito metropoli avanzatissime degne di quelle terrestri.

Va dato merito al regista James Wan, che ha all’attivo diversi notevoli titoli horror ( Saw – L’enigmista, The Conjuring, Insidious) e il settimo capitolo della saga di Fast & Furious, di essere riuscito a trovare, sia dal punto di vista narrativo che stilistico, una sintesi personale tra la spudoratezza cromatica e fumettistica e i toni più drammatici. Lo stesso si può dire dell’accostamento nel cast tra attori abituati a ruoli ben più seriosi (Willem Dafoe, qualche volta visibilmente un po’ spaesato nei panni del mentore Vulko, Nicole Kidman, convintissima nella sua parte di regina combattiva) e aggiunte decisamente pop (Dolph Lundgren, il mitico Ivan – “Ti spiezzo in due” – Drago di Rocky IV, qui nei panni del re Nereus), che contribuisce all’atmosfera quasi circense dell’insieme.

Arthur, anche se soffre per la sua natura di bastardo (suo padre è un umile guardiano di faro che, dopo la partenza dell’amata Atlanna, continua ad aspettarne il ritorno) ma è dotato di straordinari poteri (oltre alle capacità standard della sua razza sottomarina, è in grado di comunicare con tutte le creature dei mari e questo si rivelerà un elemento chiave per la sua conquista del trono), è infatti ben diverso dai supereroi cupi e un po’ depressi della DC.

A parte la propensione a farsi selfie con i fan davanti a una birra, non si fa mancare le battute con la sua compagna di avventure Mera, la principessa atlantidea promessa del fratello ma pronta a cambiare schieramento, un po’ per senso di giustizia e altrettanto per il fascino muscolare del nostro eroe. Gli scambi tra i due sembrano uscire dritti dritti da pellicole d’altri tempi come All’inseguimento delle pietra verde, aggiornate al tempo del me too, ragion per cui Mera un po’ fa il verso alla sirena di Splash, ma poi picchia forte almeno quanto il suo fidanzato.
Di antagonisti la pellicola ne accumula forse uno di troppo (Black Manta, il pirata che ce l’ha su con Aquaman perché ha lasciato morire suo padre), ma nella baraonda finale gli spettatori è probabile che non se rendano conto e se ne vadano via comunque contenti. Di sicuro Aquaman non aspira a un Oscar come Black Panter, ma tra i popcorn movie si merita certamente un suo posto d’onore.

Laura Cotta Ramosino

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