Apostolo

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Un uomo alla ricerca della sorella rapita da una comunità di contadini, che su un’isola a largo del Galles hanno fondato un misterioso culto legato alla terra.

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Siamo nel 1905. Thomas Richardson fa ritorno alla casa del padre benestante dopo un misterioso e lungo viaggio che lo ha distrutto nel corpo e nello spirito; durante la sua assenza l’amata sorella Jennifer è stata rapita sotto gli occhi del padre e portata sull’isola gallese di Erisden. Qui il profeta Malcom ha fondato una comunità contadina in onore di un’oscura presenza che vive nelle profondità della terra, alla quale ogni componente deve versare quotidianamente un contributo di sangue; nelle vesti di nuovo adepto, Thomas s’infiltra nelle fila della setta per ritrovare la sorella rapita, ma dovrà fare i conti con una realtà di violenze e segreti che metteranno alla prova la sua razionalità e la sua fede fino alle più estreme conseguenze.
Nell’altrimenti desolante panorama del cinema horror si sta inserendo negli ultimi anni una sorta di sottogenere di raffinata fattura non solo formale, capace di raccontare storie originali con spunti metaforici interessanti senza fare abuso di stanchi trucchi da salotto. Lo abbiamo visto con The Witch o con il più recente e pluripremiato Scappa – Get Out (e molti altri esempi si potrebbero fare), ma il nuovo film di Gareth Evans (dal 13 ottobre su Netflix) sembra essere il candidato perfetto per portare avanti questa nuova e promettente ondata creativa.
Lo schema narrativo del rapimento che attira l’eroe nella tana del lupo non è nuovo al genere, e in questo particolare caso le dinamiche della trama sembrano citare l’ottimo The Wicker Man, pilastro del cinema horror britannico diretto da Robin Hardy nel 1973. Ma ben al di là dei modelli a cui s’ispira, Apostolo brilla per alcuni aspetti particolarmente riusciti: ambientazioni oppressive e cupe in interni immergono in un’atmosfera ambigua e labirintica, mentre i colori freddi e la desolazione del mondo rurale e contadino rievocano i toni minacciosi del The Village di Shyamalan. Il cast è poi azzeccatissimo, con un Dan Stevens allucinato e un Michael Sheen luciferino: lo scontro tra i mondi che i due rappresentano raggiunge un livello di complessità tale da coinvolgere in modo intelligente anche i personaggi collaterali, capaci di aprire prospettive non meno interessanti sui temi portanti dell’opera.
L’ottima gestione della narrazione e una regia pulita e precisa fanno poi il resto: il film si prende i suoi tempi, centellinando le informazioni che permetterebbero la risoluzione dell’enigma senza mai cedere a facili jumpscares e accompagnando i protagonisti alla scoperte del significato del proprio passato e del destino che li attende. Quest’economia d’informazioni lascia spazio alla suggestione delle atmosfere, che mutano fluidamente attraverso i generi: un’apertura su toni thriller cede il passo ai ritmi serrati del puro horror, per poi virare sul dramma introspettivo e soprannaturale, senza tralasciare un tocco di azione. I momenti intimi e le prove di fede sono comunque più interessanti delle prove fisiche, che soprattutto nell’ultima parte indugiano in scene splatter di solo contorno e allungano un po’ il brodo prima di un finale non sorprendente, ma perfettamente sensato e per nulla banale.
Ancora una buona prova dunque per Netflix, che dopo aver conquistato Venezia con il film di Cuaròn, sembra voler continuare a mantenere alti i suoi standard puntando su storie di qualità e artisti in grado di dare un respiro nuovo a generi e contenuti di spessore.

Maria Letizia Cilea

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