Apocalypto

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Nella fase finale della civiltà Maya, all’inizio del XVI secolo, un giovane cacciatore di una piccola tribù deve rischiare la vita per tornare dalla sua famiglia e proteggerla dagli invasori

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Non è un film per tutti nonostante in Italia sia uscito senza divieti. Ed è sbagliato, perché oggettivamente Apocalypto di Mel Gibson è un’esperienza dura almeno quanto quella avuta con The Passion. Dalla prima inquadratura all’ultima sequenza il film è infatti un autentico pugno nello stomaco: torture, animali e uomini sventrati, cuori pulsanti, sacrifici umani, belve feroci. Insomma una crudeltà ed una efferatezza che raramente si è potuta vedere sul grande schermo. Apocalypto non è un film, quindi, per bambini, né per famiglie, né per adulti impressionabili. Questo, per mettere subito le mani avanti perché, certo, lo stile diretto e sanguinolento di Gibson può urtare e può non risultare simpatico. Uno stile fatto di sangue e di nervi e di interiora e che rappresenta il terreno comune con La Passione di Cristo e che forse non piacerà a quella critica che aveva bollato quel film come un “horror cristiano”. Eppure non si può negare che la violenza nei film diretti da Mel Gibson abbia sempre avuto un senso. Lo aveva nelle ultime sequenze di Braveheart con il racconto straziante della tortura subita da William Wallace, quasi una sorta di The Passion ante litteram. E aveva un senso anche nel film sulla passione di Gesù: quella crudeltà così insistita ai danni di Cristo appariva difficilmente digeribile ma non priva di realismo. E ben pochi spettatori a distanza di qualche anno dall’uscita del film possono negare che l’esperienza di The Passion fosse una esperienza viva e pulsante proprio in forza di quel cuore di Cristo martoriato senza pietà dai suoi carnefici disumani.

Anche dopo aver visto Apocalypto – film che alterna il realismo dei volti e della lingua (ancora una volta quella originale, il dimenticato yucateco) a un parossismo di violenze e accadimenti sui vari personaggi – l’impressione è la stessa. Il film è un’esperienza terribile di morte e di sangue. Si potrebbe dire che Gibson ha raccontato un’altra volta la Passione, ma questa volta di un villaggio e soprattutto di un Innocente – l’indomito Zampa di Giaguaro – su cui infieriscono le crudeltà disumane dei “cattivi” (ed è un eufemismo). Eppure quei guerrieri Maya spietati, che disprezzano la vita e sono capaci di crudeltà inimmaginabili, non sono così distanti dagli aguzzini che giocavano con il corpo martoriato di Cristo. Anche in Apocalypto assistiamo ad un vero e proprio climax di malvagità che pare non conoscere limite. I guerrieri non si fermano infatti di fronte a nulla, nemmeno di fronte alle donne e ai bambini e giocano con la vita o meglio coi corpi degli sconfitti, schernendoli in un’arena deserta che tanto richiama però le arene in cui i cristiani diventavano martiri. Lo scherno, la derisione, la tortura e la morte che arriva dopo una lunga agonia, con il cuore che viene strappato ancora pulsante e consacrato a loro, a quegli dei falsi e bugiardi da cui tutto deriva. Perché Apocalypto è un film su una civiltà che si sta autodistruggendo con le proprie mani. Una civiltà che non conosce misericordia né perdono. Non conosce la pietà che si deve agli sconfitti o agli indifesi. Conosce solo il legame del sangue, il clan, la tribù, il villaggio, l’istinto. È una civiltà che non conosce Cristo e che riposa sulla superstizione e sull’istinto. Questo è il punto di maggior forza del film che per fortuna non rimane definitivo (si veda il finale del film aperto a una speranza, “un nuovo inizio” sotto il segno della Croce). Gibson, attraverso uno stile febbrile e concitato, sempre in bilico tra l’esigenza dello spettacolo e il cattivo gusto ha apportato due novità con The Passion e le ha fatte proprie anche in Apocalypto: la forza del sangue come elemento di realismo e non semplicemente come “luogo” da esorcizzare e la presenza di Cristo che cambia la Storia e dà senso a tutto. In Apocalpyto Cristo (ma non Dio che c’è sempre e opera con misteriosa e a volte bestiale Provvidenza) non è ancora arrivato. E dunque non sono arrivate la carità, la sacralità della vita, il perdono, l’amore, la pietà per i vinti e per i defunti. Gibson vuol raccontare proprio quel momento in cui la Storia, pur rimanendo zeppa di sangue e di male, ha cambiato il suo corso.

Simone Fortunato

 

 

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