Bel thriller apocalittico, superiore al primo film uscito nel 2011. È cambiato il regista e si vede: Matt Reeves, rispetto a Rupert Wyatt, ha maggior senso del ritmo e della tensione e tinge ancora più di cupo e oscuro la vicenda. Reeves si era fatto notare nel 2008 con Cloverfield: camera a spalla, computer grafica solo quando necessaria, grande realismo della messinscena. Qui, con molti più soldi e un cast all’altezza (Gary Oldman, Jason Clarke, Keri Russell e soprattutto Andy Serkis, eccellente nel ruolo di Cesare) realizza un film di grande tensione e di fortissimo realismo.

Già la prima sequenza è significativa: nell’intrico di una foresta lussureggiante che ricorda tanto Avatar (il vero punto di riferimento per Reeves, molto più che gli originali de Il pianeta delle scimmie), avviene una selvaggia battuta di caccia con protagonista le scimmie. Senza parole, solo attraverso urla e il linguaggio dei gesti – anche se poi, per esigenze narrative, le scimmie cominceranno a parlare – Reeves ci presenta i personaggi del mondo delle scimmie: il carismatico Cesare; il violento Koba; il saggio Maurice. Solo la forza delle immagini, la potenza degli effetti speciali, davvero incredibili per quanto riguarda l’espressività e il movimento fluido delle scimmie: Reeves mette le carte in tavola. A contare nel suo film sarà innanzitutto l’impatto scenico: la rappresentazione dettagliata e curatissima della foresta e poi, dalla parte degli umani, quella del rifugio in cui si raccolgono gli ultimi sopravvissuti. Usare gli effetti nel modo giusto, con i tempi giusti: l’aveva fatto in Cloverfied, in cui il budget era misero e il mostro praticamente si vedeva solo nel finale, e usa lo stesso sistema ora, rifiutando quindi la tendenza alla Michael Bay o alla Roland Emmerich a riempire di computer grafica ogni singola inquadratura. Così, curato negli elementi più piccoli lo scenario, Reeves con l’ausilio dello sceneggiatore Mark Bomback (Wolverine – L’immortale; Total Recall) e della coppia Jaffa-Silver che già avevano lavorato con il film precedente, si preoccupa di lavorare sui personaggi più in profondità. Cesare, nel suo essere guida carismatica di un’intera specie. diviso tra la fiducia da concedere agli umani che tanto male hanno fatto in precedenza e la protezione di un popolo inteso come famiglia è senz’altro il personaggio più centrato. Umano e animale al tempo stesso: la nascita del figlioletto nella prima parte del film, fatta salva un po’ di impressione, colpisce e veicola un’idea grande che sta alla base del film, e cioè che per guidare un popolo bisogna innanzitutto essere padri.

Reeves & Co, però sono abili a non cadere nella trappola ecologista e animalista. Dall’altra parte infatti esistono – eccome! – degli umani spregevoli e più stupidi delle scimmie ma non mancano le persone di buona volontà: un altro padre (Jason Clarke) a capo di una piccola spedizione per ritrovare, in un momento storico in cui l’elettricità era scomparsa da anni, proprio la luce, altra metafora forte. Insomma: uomini in cerca della luce con l’ausilio di scimmie illuminate da una parte; cattivi, spietati e crudeli che si ripartiscono in modo uguale nel mondo degli uomini e delle scimmie, con il furbo e violento Koba a rappresentare il vero, temibile antagonista per la pace e per la rinascita del mondo. Qualche piccolo difetto – un finale un po’ frettoloso che fa da ponte a un terzo capitolo, la definizione non eccellente di alcuni personaggi come la Russell e soprattutto, il figlio di Clarke, interpretato da uno scialbo Kodi Smit-McPhee – non tolgono il gusto di un buon film d’intrattenimento che guarda innanzitutto al presente per i tanti spunti presenti come la guerra perenne, il contrasto tra razze, la difficoltà di comunicazione, la buona volontà e il desiderio di pace di pochi ma illuminati cuori.

Simone Fortunato