Ant-Man and the Wasp

Ant-Man and the Wasp

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Bloccato in casa dalla polizia, dopo il suo arresto, Scott deve comunque tornare in azione accanto al professor Pym e a sua figlia Hope

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Come di consueto ormai nell’universo Marvel, è necessario partire da un accenno alle puntate precedenti. Scott Lang, ladruncolo di mezza tacca diventato Ant-Man – nel primo episodio a lui dedicato del 2015 – grazie a una tuta che gli dona incredibili superpoteri “dimensionali”, è stato arrestato per le sue azioni in Captain America: Civil War (quando si schierò con il “Capitano” nello scontro tra supereroi, infrangendo gli accordi di Sokovia). Bloccato agli arresti domiciliari e sorvegliato dalla polizia (guidata dal goffissimo agente Woo), viene richiamato in azione dal professor Hank Pym (ancora interpretato da Michael Douglas), e dalla figlia Hope, ora diventata the Wasp (con tanto di ali, che Scott/Ant-Man non ha) per cercare di recuperare Janet, la moglie di Pym (la new entry Michelle Pfeiffer), dispersa decenni prima nel mondo subatomico: da cui Scott è riuscito a tornare, senza contare che gli è pure apparsa in sogno Janet… I tre dovranno superare vari ostacoli, tra cui Ghost, una figura invisibile e misteriosa.

La trama è contorta e non particolarmente lineare, come spesso accade nei “cinefumetti” (alias cinecomics), a tratti nemmeno troppo avvincente se non per gli adepti più ferrati in materia. Con Ant-Man, però, ci si sente tutti meno esclusi: intanto è un supereroe davvero per caso, senza particolari super poteri che gli provengono solo dalla tuta (e che ha dovuto imparare a usare, nel primo episodio); inoltre Scott per primo non capisce mai troppo bene – come chi scrive… – i  dettagli “tecnici” delle imprese di cui è a tratti inconsapevole protagonista , tanto che quando il discorso si fa troppo scientifico e complicato ammette di non capire nulla («ma inserite la parola “quantico” in ogni frase?» è la nostra battuta preferita). Insomma, lui per primo non si prende sul serio.  Qui, oltre tutto, nemmeno i rivali sono particolarmente pericolosi (anche se Ghost – che ha le sue “giustificazioni” nella sua storia dolorosa – inizialmente impressiona nelle sue improvvise incursioni) , alcuni sono anzi più buffi che nocivi. Ma i punti di forza del film sono le scene d’azione spettacolari, le continue riduzioni/ingrandimenti di persone e cose (grattacieli che diventano trolley, automobiline che diventano fuoriserie, lo stesso Scott che diventa un nanetto…) e l’alto tasso di umorismo. La nuova serie dell’universo Marvel sfrutta in effetti alla perfezione il background comico del regista Peyton Reed (tra i suoi film, Yes Man con Jim Carrey) e del protagonista Paul Rudd (apprezzato nelle ultime stagioni della serie Friends e in tante commedie (tra cui Molto incinta e Questi sono i 40 di Judd Apatow). E infatti il film presenta un bel po’ di gag comiche (la chiamata di emergenza della figlia, per un problema “casalingo”, in un momento critico), con una menzione per gli amici di Scott già visti nel primo film, a partire da Michael Peña. Godibile, oltre alle varie discussioni nel gruppo, in particolare il flashback su come i due si sono conosciuti in carcere.

Nel descrivere un supereroe “minore” ma tra i più simpatici della squadra Marvel, Paul Rudd ci mette la sua simpatia da coprotagonista di tante commedie sopra le righe ma sempre attraversate dal suo svagato under statement. A far entrare il suo Scott Lang nelle simpatie di spettatori grandi e piccoli, il suo rapporto con la figlia Cassie: padre divorziato, in buoni rapporti con la moglie e il nuovo marito, Scott e Cassie mettono in scena l’amore padre-figlia incondizionato, in cui il primo è l’eroe della seconda non per quello che fa ma a priori, tanto da essere amato incondizionatamente anche quando combina pasticci.

Avvertenza: come di consueto, non uscite prima della fine dei titoli, che proporranno una clamorosa scena di raccordo all’ultimo Avengers.

Antonio Autieri

 

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Scrivo di cinema dal 1992. E dal 1994 dirigo giornali, giornalini, ora testate on line...