Another Year

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Un anno in una coppia di cinquantenni e dei loro amici. Un'apparente normalità che non nasconde le difficoltà della vita.

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Anche in Another Year Mike Leigh, come nei suoi film migliori (il suo capolavoro Segreti e bugie o il durissimo Naked) ma anche in quelli solo parzialmente riusciti (il recente La felicità porta fortuna), racconta mirabilmente le persone reali. E in questo caso, ancor più che in passato, la storia riguarda la vita normale di una coppia altrettanto normale: due coniugi londinesi più che cinquantenni, laureati, senza problemi economici (lui ingegnere, lei psicologa), che si amano e cui piace stare insieme, condividendo anche il tempo libero (hanno viaggiato, vivono nei sobborghi di Londra, coltivano un piccolo orto in campagna). Tom e Gerri (il gioco sui nomi è voluto) sono simpatici, scherzosi, conviviali; nei week-end (il film ruota intorno a quattro di essi, uno per stagione) aprono casa agli amici che vedono in loro un punto di riferimento. Ken è un vecchio compagno di studi di Tom, Mary è una segretaria che lavora con Gerri. Entrambi bevono un po’ troppo, entrambi sono soli e alla ricerca di qualcuno con cui condividere il tempo che sentono scorrere rapidamente. Ken tenterà anche un approccio con Mary, ma ne verrà respinto. Mary, a sua volta, sembra essere orgogliosa della sua indipendenza, si compra anche un’auto, ma si sente sola, è insicura e cerca inutilmente di allacciare un rapporto con Joe, il figlio trentenne di Tom e Gerri. I problemi di amici e conoscenti sembrano trovare sollievo nella presenza della coppia, nella loro tranquillità e bonomia. Anche i fatti luttuosi come la morte della cognata di Tom, con conseguente cerimonia funebre, sono l’occasione per mostrare il contrasto tra gli atteggiamenti eccessivi dei parenti stretti (il marito chiuso in una semi totale apatia, il figlio in preda all’ira e al rancore) con la composta comprensione dei coniugi.

Si rimane colpiti dalla capacità di Leigh di usare gli attori: Jim Broadbent e Ruth Sheen sono tutt’altro che belli o dai volti particolarmente interessanti, ma la loro intesa è stupefacente. Lesley Manville giganteggia nell’interpretare la sfiorita bellezza di Mary e il suo tentativo di aggrapparsi a qualcosa o qualcuno che non sia il vino, specie quando, con una mossa indelicata, rompe la quiete e l’armonia della casa di Tom e Gerri. E qui, il gioco del regista si fa scoperto: senza scene madri, senza grossolani cambiamenti di umore, quelli che erano premurosi padroni di casa ora ergono un muro che li protegge e li divide da chi non ha avuto le capacità di mantenere un formale decoro. Sorge il sospetto che tutta la comprensione dimostrata non fosse altro che semplice condiscendenza e la compassione, in fondo, solo tolleranza dettata dalla cortesia. Come può essere che i buoni studi, i soldi, i viaggi, la solidità della coppia, una visione della vita aperta e progressista non siano sufficienti a rendere migliori? Descrive una mancanza, Leigh, che genera alla lunga un deficit di umanità: con le buone intenzioni, alla fine, si diventa comunque peggiori. Un altro anno è passato, ma per gli amici di Tom e Gerri si prospetta un futuro freddo e triste.

Beppe Musicco

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