Anna Karenina

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Anna Karenina, giunta a Mosca per salvare il matrimonio del fratello, incontra il conte Vronskij. Tra i due scoppia una passione destinata a rompere leggi e convenzioni…

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Il romanzo di Tolstoj, passato alla storia anche per la sua celebre frase di apertura (“Tutte le famiglie felici si assomigliano, ogni famiglia infelice è infelice a modo suo.”) riceve un nuovo adattamento che, per lo meno nelle intenzioni, vorrebbe dare conto della sua complessità. A dispetto del titolo, infatti, il romanzo non si concentra solo sulla passione adulterina e tragica della bella Anna, ma è una sorta di riflessione complessiva sull’amore e il matrimonio e sul loro ruolo nell’umana ricerca della felicità. ,Anna, infatti, non troppo felicemente accasata con l’anziano e poco passionale Karenin, giunge a mosca per cercare di mettere le toppe al matrimonio del “vivace” fratello Stiva, che ha tradito la moglie Dolly con la governante. Lì però finisce per intromettersi nell’amore che la giovanissima Kitty, sorella di Dolly, nutre per l’affascinante conte Vronskij. Kitty, a sua volta, ha appena spezzato il cuore a Levin, l’amico di famiglia da sempre innamorato di lei che aveva finalmente trovato il coraggio di chiederla in moglie. Quest’ultima linea stava a cuore in particolare allo scrittore, che vi aveva infuso molti dettagli della sua biografia.,L’intreccio delle vite di questi e di molti altri personaggi, osservati insieme con compassione e ironia, costituisce l’ineguagliabile tessuto dell’arazzo di Tolstoj e va dato merito alla sceneggiatura del premio Oscar Tom Stoppard (Shakespeare in Love) di aver cercato di ridare sullo schermo il miracoloso equilibro e la complessità dei personaggi con intelligenza e sensibilità.,Assai meno condivisibile è la scelta di messa in scena del regista Joe Wright che, alla ricerca dell’originalità a tutti i costi o spinto da un’impostazione fin troppo cerebrale, sceglie come principale sfondo dei suoi drammi l’interno di un grande teatro, di cui sfrutta il palcoscenico, ma anche la platea, i palchi e il dietro le quinte per costruire i vari luoghi della storia (case, sale da ballo, teatri d’opera, ma anche stazioni dei treni e piste per le corse dei cavalli), solo raramente permettendosi qualche “uscita” (come quando Levin fugge nelle sue amate campagne).,Trasparente ed elegante metafora di un mondo dove ogni interazione sociale si svolge sotto il giudizio occhiuto della società, che tollera adulterio e crudeltà purché praticati con leggerezza e secondo le regole, società per cui sono inconcepibili tanto la passione proibita di Anna e Vronskij quanto l’amore puro e l’idealismo di Levin, questa messa in scena è un gioco intellettuale che finisce per stancare e che raggela l’impeto sentimentale e la partecipazione dello spettatore.,L’esempio più evidente è la resa astratta e decisamente poco coinvolgente della famosissima scena del perdono che il rigido e fino allora impietoso Karenin concede alla moglie in punto di morte dopo il parto. Un momento di grazia irripetibile che apre il cuore di Karenin alla carità e che sarà invece l’inizio del percorso di perdizione di Anna, incapace di accettare quel dono di misericordia.,Tanto lo stesso Joe Wright aveva profusamente (e inopportunamente) cosparso di sentimentalismo Orgoglio e pregiudizio, quanto qui finisce per prosciugare i sentimenti e le passioni dei suoi protagonisti a favore di un’impostazione intellettualistica che stimola la testa ma tocca poco il cuore, a dispetto delle sontuose scelte di costumi e di un cast quasi tutto molto azzeccato.,Va detto che purtroppo i due punti deboli sono proprio i protagonisti: Keira Kneightley, sicuramente scintillante nelle sue splendide mise, prima e dopo la rovina sociale, ma troppo giovane e immatura (e con una fastidiosa propensione alle smorfie) per la sua parte, e Aaron Johnson, più convincente quando nella prima parte tallona la sua preda come uno stalker, di quando poi dovrebbe lottare in preda alla passione o al dolore (e, infatti, non a caso, il film passa sopra il tentativo di suicidio dell’ufficiale dopo il gran gesto di Karenin, forse non ci avremmo creduto).,Di fronte alla complessità del percorso esistenziale di Anna, che rifiuta il divorzio che a un certo punto le concederebbe il marito (che pure sente tutto il peso del sacramento che li unisce e che lui non può troncare), e dall’amore per Vronskij pretende una felicità e un completamento impossibile per qualunque essere umano, il film opta per una rovina tutta provocata dalla pressione sociale e dall’abuso di morfina e in questo tradisce lo spirito profondo del romanzo. ,Che poi il regista ritenga necessario mostrarci Karenin che ha una scatola di preservativi pronti per il settimanale incontro d’amore con la consorte è un tocco di cattivo gusto che oltretutto cozza con la presentazione cristiana e quasi monacale del personaggio.,I momenti migliori della pellicola, paradossalmente, arrivano proprio quando Wright lascia perdere il suo giochino e si lascia guidare dal genio di Tolstoj verso il racconto dei sogni di riforma sociale di Levin, il suo perdersi quasi estatico nei lavori dei campi e il momento lirico del ritorno di Kitty.,L’unione tra i due ragazzi, attraverso la prova del dolore, della disillusione e del lutto, matura fino a superare l’ipocrisia della finzione sociale, la tentazione dell’animalità del gaudente Stiva, la passione assolutizzante di Anna, ma pure l’astrattezza di Levin per diventare un esempio positivo e concreto di quella promessa di felicità che anche all’uomo è dato di provare sulla terra.,Laura Cotta Ramosino,

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