Amori che non sanno stare al mondo

Amori che non sanno stare al mondo

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Claudia, donna abbandonata dall’uomo che ama, non riesce a elaborare il “lutto” e rischia di perdersi in recriminazioni, stalkeraggi, nuovi incontri

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Storia non particolarmente originale, quella del nuovo film di Francesca Comencini che traspone in immagini il suo romanzo omonimo. E stranamente, quello che su carta poteva avere una tenuta, al cinema non convince. Perché di donne non più giovanissime esagitate se non nevrasteniche, incapaci di accettare la decisione dell’uomo che le ha lasciate ne abbiamo viste tante. E per bucare una certa inevitabile diffidenza per il tema (a meno di non sentirsi personalmente coinvolte, nel proprio vissuto), ci vuole qualcosa di nuovo.

Francesca Comencini è la meno reclamizzata ma forse più interessante delle figlie del grande Luigi (Cristina, l’altra sorella regista, è arrivata alla Notte degli Oscar con La bella e la bestia, ma a parte qualche sua divertente commedia personalmente non ci ha mai colpito molto), alternando piccoli film come Mobbing – Mi piace lavorare a opere più ambiziose come A casa nostra o a un gran bel film (il suo migliore, a nostro parere) come Lo spazio bianco, e di recente perfino varie puntate della serie Gomorra. Anche qui dimostra di saper disegnare scene e caratteri, però sbaglia tono e misura. Certo, si dirà che la scelta è voluta: Claudia deve essere così sopra le righe, fin dalle prime scene in cui si lamenta con se stessa e con il mondo, parla da sola, si ferma a dire la prima cosa che le viene in mente a chi incontra. Soprattutto ricorda – ah, i flashback… – la storia del suo amore con Flavio, collega docente universitario: dall’incontro/scontro a un convegno al pranzo successivoin cui lei gli dichiara subito di amarlo già, dai momenti della bruciante passione (in una casa isolata nella campagna, vagamente inquietante e un po’ metaforica) subito minata dall’insicurezza e dall’ansia folle della donna (ma vuole davvero un figlio o è un suo modo di provocarlo, in piena notte?) alla rottura e separazione. Claudia stressa l’amica del cuore, fin troppo paziente con lei, subisce le avances di una studentessa disinibita e piena di iniziativa, insegue come una vera stalker il povero Flavio che presto si rifarà una vita con una giovane molto tranquilla che è il suo opposto (tanto da prendere quell’impegno che con Claudia non voleva ipotizzare). Soprattutto, sembra rischiare di perdere il senno: «Io sono come la Stasi, ricordo tutto…». Che prospettive può avere la vita, per Claudia?

Nonostante un’ottima Lucia Mascino, attrice che il nostro cinema ancora non valorizza al meglio ma che qui ricorda l’ansiosa Mamma imperfetta di una web serie di qualche anno fa (con la differenza che passa tra episodi di 5 minuti e un film lungo), il personaggio di Claudia risulta troppo respingente e isterico per suscitare simpatia e forse anche pietas. Anzi, piombassimo in sala senza sapere nulla potremmo pensare al film di un regista misogino (anche se autolesionista fino al suicidio, dovendo offrire questo film per forza a un pubblico di donne: solo una regista può essere così feroce…). Ma se in qualche momento risulta ben rappresentata questa donna sempre in guerra eppur stanca di combattere, troppe scene creano una distanza con Claudia e gli altri personaggi. Senza contare che di ragazze come quella interpretata dalla pur brava (e bella) Valentina Bellè che seducono quasi per scherzo una professoressa – o comunque un adulto – tra il terrorizzato e l’intrigato ne abbiamo visti troppi per considerarli altro che un debole pretesto narrativo (con tanto di scene che vorrebbero forse ispirarsi al passionale amore tra le due ragazze de La vita di Adele). E non scandalizza, ma annoia un po’, il sogno “vetero femminista” contro l’etero capitalismo, pure buffo ma fine a stesso, con Silvia Calderoni insegnante di autostima sessuale davanti a donne frustrate dai 40 anni in su.

Alla fine il film mette insieme una serie di stereotipi, pur con alcuni guizzi che però sono fin troppo urlati, per spiazzare a tutti i costi il pubblico. Che, prevedibilmente, non risponde positivamente. E il finale riconciliato e quasi saggio sembra solo un’aggiunta posticcia a un dolore mal raccontato, in cui anche alcuni bravi interpreti (come Thomas Trabacchi nella parte di Flavio) e qualche spunto interessante si perdono in un film confuso e fragilissimo.

Antonio Autieri

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Scrivo di cinema dal 1992. E dal 1994 dirigo giornali, giornalini, ora testate on line...