Amiche da morire

Amiche da morire

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Tre donne si alleano di fronte a un problema “mortale”

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Esordire alla regia a 27 anni non è facile. Per una donna alle prese con una commedia al femminile sì, ma “nera” lo è ancor meno. Con Amiche da morire Giorgia Farina, coadiuvata alla sceneggiatura dall’esperto Fabio Bonifacci, si disimpegna bene e confeziona un’opera prima senza troppe pretese, ma che rivela un discreto talento. Segniamoci il suo nome, può venir buono per il futuro.,In un’isola del Sud, le donne hanno ognuna un ruolo ben preciso assegnato dagli uomini, dalle convenzioni o dai pregiudizi: ci sono le pettegole, mature quando non anziane, c’è la bruttina con la “nomea” di iettatrice, c’è la sposina candida e ingenua con il marito più bello del paese (invidiata, anche per il suo ruolo di madrina nell’imminente processione, ma anche oggetto di scherno per le possibili “corna”) e così via. L’unica che sfugge, ma solo in parte, al ruolo sembra essere la prostituta “forestiera”, Gilda. Oltre tutto presa di mira ben presto da un commissario interessato ai suoi servizi ma a sbafo. Ed essendo morto in casa sua un anziano cliente, lei ha qualcosa da nascondere. Ma non sarà la sola, quando insieme alla candida malmaritata Olivia e alla “iettatrice” Crocetta, si troverà davanti a un altro cadavere da far sparire, a soldi da nascondere (che potrebbero far cambiare vita), a una pistola che spara troppo (e secca la pelle…) e alla necessità di sfuggire alle domande del solerte e laido commissario, che ha un conto in sospeso con le donne. Certo che se oltre alla obbligata alleanza tra donne disperate, che devono fingersi amiche ma non lo sono, le tre non mettessero in campo anche litigi e battibecchi continui le cose andrebbero più lisce…,Come si accennava, Giorgia Farina è regista giovane ma già molto abile (grazie a una lunga gavetta da aiuto regista e poi da cortista) nel gestire un film semplice e senza troppe pretese ma con stile e ritmo. Coadiuvata da tre attrici molto in palla – Claudia Gerini con i tempi comici giusti e con il consueto sex appeal, Sabrina Impacciatore scatenata nel suo ruolo di bruttina sfortunata e presunta iettatrice, Cristiana Capotondi abile nel stravolgere il suo profilo di ragazzina pur mantenendo l’ingenuità del personaggio – che risultano divertenti e frizzanti, la regista confeziona una divertente commedia nera. Che potrà urtare qualcuno (non tutti gradiscono quando si scherza su cadaveri e omicidi), ma che risulterà godibile a chi sta al gioco surreale della vicenda, secondo un filone che vanta nobili antecedenti britannici (patria dell’umorismo black con stile, per tutti basti citare il mitico Sangue blu) e esempi più vicini nel tempo e più o meno riusciti, dallo spagnolo La comunidad a Ladri di cadaveri di John Landis, in trasferta in Inghilterra, a tanti film hollywoodiani come il recente 7 psicopatici; ma anche una deriva verso il pulp, per via di troppi epigoni di Tarantino. Qui invece la Farina non esagera mai, e i rari momenti “violenti” hanno lo spessore di un fumetto. Si spara e si ammazza, è vero, ma non sembra. E c’è il giusto peso dato al folclore locale (compresa la consueta visione un po' ridotta della religiosità: ma sarebbe parimenti ideologico negare che questo modo di vivere la fede non esista), dato l’ambiente di un’isoletta siciliana dove nessuno si fa i fatti suoi e le figure di contorno sono assegnate a stupende facce di caratteristi azzeccati (come la grande Marina Confalone, una lunga carriera iniziata con Eduardo De Filippo e proseguita con tanto cinema alternato al teatro).,Gli uomini, come sempre nei film “al femminile”, non ci fanno una gran figura: sono tutti mascalzoni o rimbambiti; e in particolare il commissario Malachia è troppo poco delineato, ed è salvato dall’inconsistenza solo dalla bravura di Vinicio Marchioni. Ma il rischio di un film squilibrato in un manicheismo sessista insopportabile è sventato dall’autoironia, con le tre protagoniste che litigano isteriche per stupidaggini anche quando dovrebbero badare a salvarsi da pericoli imminenti. Si può lamentare una fragilità narrativa qua e là, e il finale è troppo brusco. Ma come opera prima è di tutto rispetto.,Antonio Autieri

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