American Animals

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Un gruppo di studenti di Lexington, Kentucky, si mette in testa di rubare alcuni preziosi libri contenuti nella biblioteca dell’università. Ma nulla va come previsto…

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Bart Layton, un passato da documentarista (suo L’impostore, del 2012, dedicato a un incredibile episodio di “furto di identità” da parte di un giovanotto che si finse un ragazzo scomparso tre anni prima e della famiglia che “decise” di farsi ingannare), qui svolta decisamente verso il formato narrativo, utilizzando comunque quello del “falso documentario” come dispositivo narrativo che complica una storia di per se stessa larger than life.

Anche in questo caso ci si ispira a un fatto realmente accaduto (anche se a inizio film la didascalia esplicita “questo non è basato su fatti reali” solo per far significativamente scomparire il non) e sono le voci dei protagonisti reali, ormai più vecchi di 15 anni, a inquadrare, commentare e correggere lo svolgersi degli eventi messo in scena da un gran quartetto di attori.

Al centro della storia sono Spencer Reinhardt (Berry Keoghan già bravissimo in Dunkirk) e Warren Lipka (Evan Peters, il Quicksilver degli X-Men), entrambi studenti universitari: il primo deciso a esplorare la vita con la sua arte, il secondo più svogliato e propenso al crimine.

Il loro obiettivo è un prezioso libro di illustrazioni di animali (Birds of America di James Audebon, che dà il titolo al film) custodito quasi senza sistemi di sicurezza in una sezione della biblioteca dell’università. Non ci vuole poi molto perché Warren persuada Spencer, forse più con il miraggio di un’avventura trasformativa che con quello dei soldi, a tentare l’impresa, aiutati da un altro paio di coetanei non molto più esperti di loro.

Quel che i giovanotti, senza precedenti nel mondo criminali, sanno o pensano di sapere di un furto viene più dai racconti di cinema che da una qualche esperienza della realtà; e infatti sarà proprio la realtà a irrompere nel già precario piano e a trasformare il tentativo non nella tragedia come in illustri precedenti cinematografici, quanto piuttosto in una farsa che non manca di elementi dolorosi.

Man mano che la storia, in realtà di per sé piuttosto semplice, avanza, Layton la complica offrendoci, oltre alle usuali immaginazioni che visualizzano come idealmente il colpo dovrebbe svolgersi, anche commenti e variazioni di punti di vista, sia sulle azioni che sulla loro interpretazione, da parte degli stessi protagonisti, un po’ nello stile di I, Tonya (altro interessante e più efficace esempio di fusione tra documentario e dramma). Quattro delinquenti che, sfortunatamente per loro, non hanno la stoffa (si tratti di abilità e intelligenza o di mancanza di scrupoli) dei grandi criminali e il cui destino si snoda davanti ai nostri occhi scivolando quasi inevitabilmente verso il fallimento.

Layton non cerca a tutti i costi di catturare la nostra simpatia per i quattro avidi sprovveduti e la loro impresa, dando loro motivazioni elevate o drammi fuori dal comune, anche se le ottime interpretazioni dei protagonisti (Keoghan su tutti) riescono comunque a renderceli in qualche modo vicini e comprensibili, anche quando durante la rapina si trovano a gestire malamente la bibliotecaria che comprensibilmente si rifiuta di collaborare.

Un film “da festival” (ha ricevuto ottime accoglienze al Sundance) probabilmente non per tutti i palati, ma che offre un interessante spaccato dell’America e si lascia apprezzare sia per la storia che per la qualità delle interpretazioni.

Laura Cotta Ramosino

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