Dopo che l’adattamento di Lewis Carroll ad opera di Tim Burton nel 2010 aveva superato il miliardo di dollari di incassi nel mondo con una rilettura avventurosa e dark del capolavoro della letteratura inglese, non era difficile aspettarsi un sequel che capitalizzasse sul mondo immaginifico di Alice. Ci sono voluti sei anni e un cambio alla regia (Bobin ha al suo attivo due film dei Muppet) per partorirlo e il risultato vale l’attesa più in termini visivi che di racconto.

La storia, va detto, si distacca completamente dal libro di Carroll di cui porta il nome, mantiene in vita i suoi personaggi (aggiungendone un paio), ma solo per catapultarli in una avventura di viaggio nel tempo piuttosto confusa e dalla morale prevedibile. Mia Wasikowska torna nei panni dell’eroina coraggiosa, qui ancora più decisamente trasformata in una icona proto-femminista: capitano di vascello osteggiata dall’ex pretendente, per colpa delle sue avventure oltre lo specchio finisce a un certo punto anche rinchiusa in un ospedale psichiatrico, nelle grinfie di un dottore che vuole guarirla dall’”isteria” a colpi di iniezioni.

La polemica contro il mondo vittoriano maschilista e conformista risulta qui un po’ scarica e prevedibile, mentre nel Sottomondo a cui ritorna Alice la sfida è far uscire da una mortale depressione il Cappellaio Matto; e l’unico modo per farlo è tornare nel passato per salvare la sua famiglia, uccisa dal Chicharampa …

Così Alice ruba la cronosfera, un importantissimo artefatto di proprietà del Tempo, che in questa storia ha le fattezze di Sacha Baron Cohen, che fa il possibile per dare spirito e coerenza a un personaggio che oscilla tra la franca antipatia e la saggezza da proverbio («non puoi cambiare il passato, puoi solo imparare da esso»). Lo sapevamo dai tempi di Ritorno al futuro, e francamente le vicende familiari del Cappellaio Matto (che ha questioni irrisolte con la figura paterna, poco incline ad apprezzare il suo stile sgargiante) e della regina Rossa (pure lei con problemi di affetto e autostima) sono meno interessanti di quelle di Marty McFly.

Il problema è che la follia originale del mondo e dei personaggi di Carroll (anche di quelli estremi come la regina Rossa che vuole tagliare la testa a tutti) vive della sua leggerezza immotivata e soffre di un tentativo di psicologizzazione destinato ad appesantire tutto quanto.

Il contorno di nonsense, giochi di parole e indovinelli si avvale (almeno nella versione originali) di un cast di voci eccezionale (tra cui il compianto Alan Rickman, che qui presta per l’ultima volta la sua voce al Brucaliffo), mentre Johnny Depp impiega il solito armamentario di mossette tornando nei panni del Cappellaio. Il film compensa almeno in parte in termini visivi le sue carenze e confusioni sul piano narrativo: il Sottomondo appare in tutto il suo splendore e anche la dimora del Tempo, con le sue distese di meccanismi a orologeria e spazi infiniti, ha un suo fascino, anche se la presenza di molti elementi piuttosto dark rende il film inadatto ai bambini più piccoli.

 

Laura Cotta Ramosino