Alcolista

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Vive solo in una villetta fatiscente, dentro casa il caos, sul pavimento decine di bottiglie di alcolici vuote o semivuote. Passa le giornate a spiare col cannocchiale la villa dall’altra parte della strada, perché nella vita ha un unico scopo: uccidere il suo vicino di casa.

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Qual è la storia di Daniel, l’uomo dallo sguardo inquieto che affoga nell’alcool i suoi pochi momenti di lucidità? Perché è convinto che soltanto uccidendo il suo vicino di casa potrà trovare la pace?
Il giovane regista italo-argentino Lucas Pavetto, qui al suo secondo lungometraggio dopo The Perfect Husband, confeziona con Alcolista un thriller anomalo che ruota attorno a una riflessione sulla gravità del problema dell’alcolismo e su come la dipendenza si trasformi in un demone nella vita di tutti i giorni. Quando è in preda ai fumi dell’alcool, Daniel è infatti perseguitato da un vero e proprio mostro, una figura oscura che lo osserva e lo aggredisce facendogli perdere i sensi: l’attaccamento al genere horror da parte del regista è evidente in queste scene che, malgrado l’utilizzo di effetti speciali non impeccabili, sono forse tra le più suggestive e riuscite del film, proprio per la loro aderenza al tema principale. Una sera, in seguito all’ennesimo tentativo fallito di omicidio, Daniel è avvicinato da una donna, Claire, che lavora come psicologa presso un centro di recupero per alcolisti. Dopo un primo rifiuto, pian piano Daniel farà entrare Claire nella sua misteriosa realtà.
L’incontro tra i due protagonisti non è molto convincente, e allo stesso modo si sviluppa il loro rapporto. Quello che sembra mancare e che forse costituisce la maggiore debolezza del film è un autentico approfondimento psicologico a supporto della storia personale dei personaggi, che vada oltre i confini rassicuranti del luogo comune (la tragedia familiare di lui, vittima del destino e della giustizia; il passato di lei, che l’ha portata verso il suo lavoro e allo stesso tempo oggi la porta verso scelte discutibili), per osare di più e favorire l’empatia. Un atteggiamento forse un po’ “sbrigativo” nei confronti della costruzione dei personaggi e dei passaggi salienti della trama sembra purtroppo avere la meglio sul nobile intento di raccontare con linguaggio inedito un disagio reale e diversi modi di affrontarlo (diverse scelte, per l’appunto).
Tuttavia nel complesso la pellicola si mantiene su un buon livello considerato lo scarso budget cui attinge, e al di là di diversi “scivoloni” e di una sceneggiatura sicuramente migliorabile, si distingue la voce di un regista giovane che non si conforma a uno stile preconfezionato e ha qualcosa da dire soprattutto in area thriller/horror. Si segnala, per i cinefili, un minuscolo cameo di Lloyd Kaufman.

Maria Triberti