Acciaio

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Adolescenti e giovani allo sbando nella provincia italiana.

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Acciaio descrive una realtà di povertà umane, morali e sociali, puntando l’attenzione sulle generazioni più giovani, e sui danni provocati dall’assenza delle istituzioni e di un progetto educativo in un ambiente che sembra essere “terra di missione” come se fossimo nel terzo mondo. Il punto di vista è di due quattordicenni, amiche inseparabili, che vivono in modo disordinato la loro crescita. La prima, Anna, ha un fratello che lavora in fabbrica, una madre apatica e un padre pregiudicato, che ogni tanto compare dopo lunghe assenze regalando false promesse. La seconda, Francesca, ha alle spalle disagi più gravi: suo padre la picchia e, forse, la violenta. Anna s’innamora di un ragazzo più grande, amico di suo fratello, e Francesca si sente tradita. Anna la perde di vista e scopre che si è data alla prostituzione. Intanto Alessio, il fratello maggiore di Anna (Riondino), cerca di arrotondare il lavoro in fabbrica con piccoli furti. Eppure, dalla sua, è forte di una moralità sanguigna e immediata, benché incoerente e ingenua: rimprovera al padre il suo cinismo, si ribella per i privilegi di cui gode in fabbrica (in quanto la sua ex ragazza, di cui è ancora innamorato, lavora nella dirigenza) e soprattutto reagisce con orrore quando scopre che l’amica di sua sorella – poco più che una bambina – lavora in un locale per adulti come spogliarellista. A lui, e al legame che entrambi i fratelli hanno con la madre, Anna cercherà di affidare la speranza di un futuro sereno. Non durerà. ,Potremmo limitarci a catalogare Acciaiao come l’ennesimo film italiano deprimente. Non servirebbe, anche se senz’altro il pessimismo sembra avere l’ultima parola nel film tratto dal romanzo bestseller di Silvia Avallone (che collabora alla stesura della sceneggiatura insieme al regista e a Giulia Calenda). Innanzitutto è un film scritto e girato bene, in cui il regista sfrutta al meglio la sua esperienza di documentarista nella descrizione dei personaggi e degli ambienti, azzeccando incredibilmente le facce delle due protagoniste, attrici esordienti (e “Anna Bellezza” è un nome perfetto per un’attrice italiana). Su tutto domina l’acciaieria, scenario infernale quasi dantesco, che con forza centripeta attrae a sé tutte le storie ambientate a Piombino, provincia di Livorno, paese costiero di fronte all’Isola d’Elba (che già aveva fornito lo sfondo di uno dei primi film di Paolo Virzì, La bella vita). ,Rispetto al romanzo, la sceneggiatura del film asciuga, sintetizza, elimina personaggi in eccesso e va al dunque del disagio sociale. Per fedeltà al romanzo, però, compie un errore: assomma alla descrizione di una realtà disastrata un messaggio finale pessimista, chiudendo la storia con una tragedia. Eccesso di sventure: manca sia il raggio di una grazia possibile (come nei film dei fratelli Dardenne o come nel film franco-svizzero Sister di Ursula Meier) sia la forza dirompente di un capovolgimento finale (come, per fare un esempio illustre, nel Sorpasso di Dino Risi). Quando arriva la tegola, il morale era già sotto i piedi. Errore drammaturgico.,Grande lealtà, da parte degli autori, invece, in una scena perfino commovente: il padre di Anna, prima di sparire per l’ennesima volta, promette mari e monti a sua figlia che, rannicchiata nel letto, sembra non lo stia neanche ascoltando. All’improvviso, alla promessa di una vacanza, da fare tutti e quattro insieme genitori e figli, la ragazzina s’illumina, credendo alle parole del padre. Piena di speranza, gli chiede: “dove? Dove andiamo tutti e quattro insieme?”. Lo sguardo, insomma, non è mai compiaciuto sulle nefandezze: potremmo dire anzi che il giudizio sulla famiglia è positivo, perché la descrizione è quella di una realtà zoppicante, disastrata, assente, eppure desiderabile, invocata, attesa e richiesta.,Il film è solo per un pubblico adulto, inanellando una serie di scene esplicite che servono a mostrare il disagio umano e i disordini comportamentali di una generazione di giovani lasciata senza guida, senza maestri e senza strumenti. Valido, in parte, come documento sociologico, anche se non privo di ambiguità nella descrizione dei rapporti tra alcuni personaggi (reticente su alcune questioni fondamentali, forse per pura scelta stilistica: a un certo punto Francesca cerca da Anna qualcosa di più che la semplice amicizia, ma i motivi non sono spiegati con chiarezza e resta il disagio di un rapporto non risolto), cerca nella chiusura, in cui suggella la riappacificazione tra le due amiche che avevano litigato, di congedare lo spettatore con una nota meno amara. Non riuscendoci.,Raffaele Chiarulli

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