A un metro da te

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Due ragazzi affetti da fibrosi cistica si conoscono e si innamorano, ma la loro storia è ostacolata dalla loro malattia

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Stella, una diciassettenne affetta da fibrosi cistica sin dalla nascita, è costretta a passare la maggior parte del suo tempo in ospedale. Qui la sua routine è scandita da un serratissimo calendario di visite ed esami medici che si alternano alla compagnia di Poe, amico d’infanzia affetto dalla stessa malattia, con il quale scambia pettegolezzi e immagina progetti per un futuro incerto. L’incontro con un nuovo giovane paziente affetto da fibrosi sconvolgerà la vita della ragazza, rompendo regole ed equilibri da lei costruiti per rendere sopportabile la vita nel suo piccolo microcosmo.

Con A un metro da te Justin Baldoni esplora ancora il dramma della malattia terminale, tema di cui si era occupato già a partire dal 2013 con il documentario a puntate My Last Days, nel quale l’esperienza della malattia veniva raccontata dai diretti interessanti sotto forma d’interviste. Una certa vocazione al realismo e all’asciuttezza contraddistingue anche la prima parte del suo nuovo film, nel quale la questione della malattia incurabile non è trattata con il consueto pietismo superficiale che caratterizza le opere del genere. Impariamo a conoscere Stella attraverso i video che quotidianamente posta sul suo canale youtube: in ognuno di essi la malattia e le sue conseguenze vengono raccontati con una certa dose di ironia e con la consapevolezza di una ragazza matura e controllata. Gli scambi con le amiche in perfetta salute e con il compagno di avventure Poe ci svelano però, a poco a poco, una fragilità fatta di privazioni e rinunce alla vita da teenager che tutti i ragazzi vorrebbero avere; per sopravvivere Stella si è adattata ad una realtà ridotta, con limiti di sicurezza e orari da rispettare, al punto tale da sviluppare una sorta di mania ossessiva-compulsiva che scatena crisi di panico causate dalla consapevolezza di non poter controllare ciò che la circonda. La vena ribelle – e autodistruttiva – del bel Will, malato di fibrosi più gravemente di lei, la porterà a rompere quella zona di sicurezza nella quale si era rinchiusa, e a spingersi pericolosamente oltre i limiti imposti dalla sua stessa malattia. I malati di fibrosi sono infatti costretti a stare ad almeno due metri di distanza tra loro, per evitare il contagio in via aerea di batteri potenzialmente fatali per i loro polmoni già affaticati.

Tutta la prima ora di film gioca sulla negazione del contatto, collante di una sincera amicizia tra i tre ragazzi, che nel consolarsi con la condivisione di un male comune si accompagnano in un percorso di crescita anche esistenziale. Proprio quando l’amore entra in gioco, paradossalmente, la rotta dell’intera narrazione devìa però verso peggiori cliché da teen drama ospedaliero, cercando la lacrima facile senza mai davvero emozionare lo spettatore: colpi di scena con tempi mal gestiti e qualche dialogo sconnesso sanno di tragedia costruita ad hoc per sconvolgerci e gettarci scorrettamente nel baratro della disperazione con i nostri eroi. Nel momento in cui ci si sarebbe aspettati uno scioglimento degno dei toni e contenuti fin lì promessi, imperano il melodramma e l’autocommiserazione spicciola, che con espedienti goffi sprecano quel potenziale che avrebbe potuto far apprezzare il film anche ad un pubblico più adulto. Notevoli in ogni caso le interpretazioni dei tre giovanissimi protagonisti Cole Sprouse (Will), Moises Arias (Poe) e Haley Lu Richardson, con particolare riguardo per quest’ultima, che nei panni di Stella contribuisce a donare carattere e profondità ad un personaggio non sempre efficacemente sviluppato nella sua parabola narrativa.

Maria Letizia Cilea