A Quiet Passion

A Quiet Passion

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La vita, infelice ma piena, della poetessa Emily Dickinson che rimase tutta la vita nella casa di famiglia nel Massachusetts

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Da giovane era già anticonformista (ma non ribelle), vena favorita dalla sua passione per la scrittura. Insofferente per le regole, sinceramente affezionata a quel padre che le incarnava e che comunque assecondava le inclinazioni di Emily Dickinson per la poesia, pur non condividendole. E in quella casa paterna in Massachussetts si troverà a vivere l’intera esistenza, dopo aver rifiutato il College come la sorella Vinnie, mentre il fratello Austin girava il mondo e prendeva moglie (salvo poi essere bloccato dal padre, quando voleva arruolarsi nella guerra di secessione). E se a un certo punto si allontana la più giovane amica Vryling, tanto a lungo spregiudicata quanto cinica nel ripiegare sulla vita matrimoniale per puro calcolo, gli affetti familiari compensarono l’assenza di amori e di altre amicizie. La vera compagna fu la sua scrittura, che le fece esprimere tutto il disagio (ma anche i palpiti) dell’esistenza; disagio che aumenterà negli anni con nuove prove, dolori, delusioni, mentre il suo carattere si induriva sempre di più (ma in un certo senso il suo anticonformismo diventava ancor più coraggioso) e la pubblicazione delle sue opere era motivo di gioia contenuta, non vero conforto.

Inizialmente, A Quiet Passion parrebbe un classico film in costume, di quelli lenti e tediosi; anche se le battute acri e sarcastiche punteggiano fin da subito la narrazione: già nell’età giovanile, Emily alterna la compiaciuta abilità dialettica nel rispondere agli altri alla dolcezza (ma piena di “tensione”) delle sue liriche. Ma Terence Davies (tra i suoi film più famosi, Voci lontane… sempre presenti del 1988, Il lungo giorno finisce nel 1992) ha abituato i suoi spettatori a film mai scontati, e quindi se il rapporto con la giovane Vryling – si compiace apertamente della propria immoralità, si sente “diversa” dagli altri perché ha letto Cime tempestose  – è all’insegna di un anticonformismo dialettico alla lunga prevedibile (ma le battute di Emily sono altrettanto puntute ma molto meno scontate), man mano che la vita diventa sempre più dura e solitaria per la poetessa il dolore emerge come la nota caratteristica della sua esistenza e della sua scrittura. Il dolore per le incomprensioni con il padre, per la guerra di secessione (non felice però la scena dello scontro padre-figlio, troppo frettolosa) che spazza via tante vite, per il modo in cui sono trattate le donne (costrette a scegliere tra la vita solitaria, quella matrimoniale spesso triste, quella da amanti che rovinano le famiglie…), per l’amore che non si concretizza mai (con l’umiliazione per il fatto di provare una passione “sbagliata” per un uomo sposato, il reverendo ammirato per i suoi sermoni), per la depressione della madre e poi per la propria malattia che la fa tanto soffrire. E per lo scorrere del tempo che porterà via i genitori e poi tante speranze.

Davies compone quadri visivi che scorrono con pacata nervosità, distilla sentimenti e sofferenze, certo chiede molto allo spettatore facendo recitare alla voce fuori campo della protagonista brani di poesie che si vorrebbero meditare con più calma. Non tutto è insomma scorrevole, ma i pregi sono numerosi: il rapporto con la sorella, affettuosa nel confortarla quando Emily è in crisi o severa quando non condivide certe sue posizioni; l’integrità della poetessa, quando sbaglia (ma sa riconoscerlo) o quando maltratta editori che osano toccare la sua punteggiatura e ammiratori che non rispettano la sua privacy, soprattutto quando si scontra con il fratello che tradisce la moglie; senza parlare di quando l’oggetto della sua durezza è se stessa. Con una maggior sintesi e “grinta” narrativa (ma saremmo di fronte a un altro autore), il risultato sarebbe più felice. Ma a un pubblico in cerca di un cinema “alto”, d’altri tempi, A Quiet Passion potrebbe non dispiacere affatto. Sicuramente, tra le note da sottolineare c’è la prova di un cast all’altezza, su cui spicca la prova maiuscola di un’inedita Cynthia Nixon (mai così brava, l’attrice diventata popolare con la serie tv Sex & the City). Una curiosità: nell’austero e severissimo padre, è quasi impossibile riconoscere il Keith Carradine che fu cantante e attore di bella presenza in tanto cinema anni 70, per esempio come impenitente sciupafemmine in Nashville di Altman, film per il quale vinse l’Oscar per la miglior canzone, o come il tenente ne I duellanti di Ridley Scott.

Antonio Autieri

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Scrivo di cinema dal 1992. E dal 1994 dirigo giornali, giornalini, ora testate on line...