A mano disarmata

A mano disarmata

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Una giornalista inizia a interessarsi dei loschi traffici a Ostia e dintorni: si metterà contro un pericoloso clan criminale che controlla la zona

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Federica Angeli è una giornalista della redazione romana del quotidiano La Repubblica, e vive a Ostia dove gruppi criminali fanno il bello e il cattivo tempo taglieggiando i commercianti e impadronendosi con la violenza degli stabilimenti sul litorale. Raccogliendo sfoghi e mezze notizie, si inizia a interessare al caso chiedendo al proprio caporedattore di poter svolgere un’inchiesta. Ma quando va a cercare di intervistare un pericoloso boss, finisce in fretta in pericolo mettendo a repentaglio vita, famiglia, lavoro: le minacce sono così credibili che, dopo un primo articolo e dopo le sue denunce per varie minacce, le viene affidata una scorta. Da cui sono esclusi marito e figli: e se le tensioni con il coniuge, spaventato dalle circostanze, sembrano pronte a esplodere, ai figli Federica cerca di non far capire cosa sta succedendo.

A mano disarmata è tratto dall’omonimo libro scritto dalla vera Federica Angeli che racconta la sua drammatica esperienza, ancora in atto visto che vive dal 2013 sotto scorta a causa delle minacce ricevute per le sue inchieste sulla criminalità organizzata a Ostia e i suoi clan dai metodi mafiosi. Sposata felicemente con Massimo (ma per farlo capire non serviva la trucida e goffa scena di sesso su un tavolo, con il marito che salta addosso alla moglie rientrata a casa di notte) e con 4 figli piccoli, vede tutte le sue certezze andare in crisi dopo le minacce; ma, a rischio di vedere andare in fumo il matrimonio e di perdere gli amici, Federica Angeli non si tira indietro, ottenendo poi giustizia e conquistando molte persone “normali” alla sua lotta.

Il film è prezioso perché fa conoscere a un pubblico potenzialmente più ampio la battaglia di questa coraggiosa giornalista. Ma dal punto di vista cinematografico la resa è piuttosto modesta, come avviene a volte con certi sociali o politici a basso budget che ricordano i tv movie su fatti di cronaca. E la destinazione televisiva forse sarebbe stata più appropriata, considerando il curriculum da regista di Claudio Bonivento che conta un buon numero di film tv e miniserie anche di una certa qualità (mentre al cinema è solo al terzo film, a lunga distanza dai precedenti: i dimenticabili e dimenticati Altri uomini del 1997 e Le giraffe del 2000). A mano disarmata risulta appesantito da dialoghi poveri e da troppe scene slegate e un po’ tirate via (colpa anche della sceneggiatura di Domitilla Shaula Di Pietro e della stessa Angeli), mentre gli attori non brillano e risultano al di sotto delle rispettive doti. Innanzi tutto Claudia Gerini, che si impegna ma conferma di essere un valore sicuro nella commedia mentre nei film drammatici solo raramente riesce a essere credibile. E attorno a lei ci sono personaggi stereotipati e mal descritti, che entrano spesso in scena rigidi, come marionette, senza nerbo. In particolare i “cattivi” sono fin troppo caricati (anche se Ostia non è Oxford, certo), da Mirko Frezza condannato a fare sempre lo stesso ruolo per via del suo fisico («politici e magistrati fanno quello che vogliamo no) a Maurizio Mattioli che si vede poco e goffamente, fino a un Rodolfo Laganà capoclan (in sedia a rotelle) davvero fuori ruolo. Ma tutto è rigido e artefatto (solo i bambini della coppia, nella loro freschezza, sembrano naturali), con una voce fuori campo – della stessa Gerini – troppo didascalica e attori che fanno al massimo il compitino, dicono la battuta e se ne vanno: sembra quasi di sentire il ciak, «azione!», le indicazioni del regista… Peccato, perché la storia della giornalista coraggiosa che finisce vittima del suo stesso coraggio aveva parecchi spunti importanti (la vita sotto scorta le toglie parecchie libertà, la madre e altre persone care che la criticano e le sono quasi ostili, lo Stato protegge lei ma non la sua famiglia, il suo giornale – ma a Repubblica come l’hanno presa? – a un certo punto le tolgono il caso «per proteggerla») meritava una struttura più solida e felice; e perché Claudio Bonivento da produttore ha rinnovato molto il cinema italiano, con film tra fine anni 80 e inizio 90 notevoli ed emozionanti come Soldati – 365 giorni all’alba, Mery per sempre, Ultrà, La scorta. Da regista ci sembra invece poco a suo agio, e anche troppo retorico. Ma ci fermiamo qui e torniamo a sottolineare il valore “didattico” dell’opera, perché questa era comunque una storia da conoscere.

Antonio Autieri