A Christmas Carol

A Christmas Carol

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Un ricco e avido strozzino si trova a fare i conti col Natale.

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Sembrano passati millenni da Ritorno al futuro, Forrest Gump e persino Contact. E non solo dal punto di vista della resa strabiliante degli effetti speciali (già, d’altro canto, eccezionali, proprio nel film con protagonista Tom Hanks), ma dal punto di vista di uno stile e di una poetica che sembra essersi perduta negli ultimi anni. Robert Zemeckis è un grande regista, uno che come Steven Spielberg ha saputo coniugare le esigenze del cinema spettacolare con una riflessione personale e uno stile ben definiti. Uno che è stato capace di segnare l’immaginario degli anni 80 con un film perfetto come Ritorno al futuro, un film tutto giocato sul filo del paradosso e delle possibilità temporali, commedia nostalgica, science fiction classica e film per famiglie al tempo stesso. Un regista che in tempi non sospetti aveva colto in pieno la nuova frontiera del cinema: l’effetto, non fine a se stesso ma intessuto, anzi parte integrante di una storia che diventava nuova e originale; l’effetto, insomma, come vero e proprio personaggio, elemento evidente in film come Chi ha incastrato Roger Rabbit ? e Forrest Gump. E’ stato anche un regista che ha amato cambiare, imboccando strade nuove: la ricerca del mistero che sta all’origine del mondo nel sottovalutato Contact, un film di fantascienza paradossalmente senza effetti speciali; la costruzione di un thriller classico, gotico e htichcockiano (Le verità nascoste).

Poi, la grande sbornia digitale del nuovo millennio ha preso pure lui e ce lo siamo persi, anche se non del tutto. Tre film realizzati in performance capture, A Polar Express, Beowulf e A Christmas Carol, tutti e tre accomunati da una digitalizzazione che consente a Zemeckis di sperimentare di tutto e di più, dalla creazione di scenari nordici dal nulla in Beowulf alla realizzazione di tanti cloni di Tom Hanks (A Polar Express), impegnato in ruoli diversi, alle metamorfosi continue di un indefinibile Jim Carrey in A Christmas Carol. Il problema è che dietro a un’esplosione pirotecnica di effetti, c’è poca vita, poco pathos, cioè poco cinema.

Non si può dire che A Christmas Carol sia un brutto film: c’è dietro una grande professionalità nell’uso degli effetti e nella costruzione della scena; gli attori sono capaci e Zemeckis si confronta seriamente con l’opera di Dickens a cui non leva l’impronta gotica, tanto cara al regista. Anzi, il regista di Ritorno al futuro sembra prenderci gusto a raffigurare anche fisicamente l’avidità, la solitudine del protagonista, un cadavere, di fatto, attaccato al denaro e prossimo a una morte inevitabile e orrenda. I tre spiriti del Natale sono tutto tranne che spiriti calorosi e accondiscendenti. Il primo sembra la versione inquietante di Casper, il secondo è un Babbo Natale poco amichevole e che fa pure una brutta fine e il terzo sembra uno dei cavalieri neri de Il Signore degli anelli. Un bello spavento per il protagonista che metterà, suo malgrado, la testa a posto. Ma un bello spavento anche per il pubblico più piccolo che non sappiamo quanto apprezzerà le molte sequenze quasi horror del film.

Tutto bene? No, perché il film è quasi perfetto (da un punto di vista tecnico, l’animazione non è ancora del tutto fluida, così come i capelli spesso sembrano posticci) ma anche senz’anima. Molto spettacolare, con parecchie sequenze, come quella del volo di Carrey per la città a semplice uso e consumo di addetti agli effetti, ma anche molto freddo. Si prova una certa ripugnanza per l’avidità di Scrooge, ma si fa fatica a provare qualcosa andando a esplorare con lui il suo passato: i suoi amici, la sua giovinezza, la sua morosa. Tutto è raccontato troppo frettolosamente e troppo freddamente da Zemeckis, evidentemente più interessato a una forma in continua mutazione, tra l’altro sempre meno definibile da un punto di vista temporale (Quanti anni hanno i personaggi? Quali personaggi interpreta Carrey?) che alla sostanza, al cuore dei suoi personaggi. Un peccato, perché proprio lui, Bob, è stato capace, e, ne siamo sicuri, è ancora capace di raccontare storie di uomini, e non di fantasmi. Storie come quelle di Marty McFly e Forrest Gump, due ragazzi, quelli sì, dal cuore grande. E infine, una domanda: ma siamo sicuri che il Natale sia quella roba lì? Quel cambiare la vita perché qualcuno ti costringe a essere buono, almeno a partire da quel giorno, mettendoti la paura addosso che domani morirai e che brucerai tra le fiamme dell’inferno? Questo c’entra davvero poco con il Natale vero.

Simone Fortunato

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