50 sfumature di grigio

50 sfumature di grigio

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La giovane universitaria Anastasia Steele conosce l’affascinante miliardario Christian Grey e i due iniziano un’intensa storia. Ma Christian ha segreti pericolosi…

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Chi l’avrebbe mai detto che una serie di romanzi nati come fan fiction Internet di una trilogia fantasy di successo (a sua volta molto lontana da una vera dignità letteraria) sarebbe diventata l’origine di uno dei film più attesi del decennio? Eppure, sostenuto da una campagna pubblicitaria astuta e martellante, questo 50 sfumature di grigio si è trasformato da guilty pleasure per casalinghe (i giornali americani, poco simpateticamente l’avevano ribattezzato mommy porn) in un caso cinematografico che sarebbe facile derubricare come spazzatura se nel frattempo non si fosse trasformato in un fenomeno culturale, facendo diventare sadomasochismo e bondage argomenti di conversazione di gran moda.

Al netto del molto sesso, vario e più o meno perverso, presente nella pellicola (senza timore di apparire prude viene da dire che il divieto ai 14 anni italiano è piuttosto generoso), va detto che autori e produttori hanno fatto di tutto per trasformare il modesto testo originale (di cui sono per fortuna rimaste poche imbarazzanti battute) in una pellicola che ha dalla sua una confezione di mestiere e due protagonisti volonterosi anche se non sempre convincenti.,Nella prima ora il film (firmato dalla sceneggiatrice di Saving Mr. Banks, Kelly Marcel) naviga con una certa sicurezza e una benvenuta ironia tra gli innumerevoli cliché del genere romance, tra viaggi in elicottero, regali costosi, champagne, pianoforti e scene d’amore patinate che ricordano tanto cinema degli anni Ottanta (oltre al più ovvio 9 settimane e mezzo, la regista cita spudoratamente anche Pretty Woman e innumerevoli film romantici che hanno marciato sull’archetipo di Cenerentola e del Principe Azzurro). Per gli spettatori le clausole di contratto tra Dominatore e Sottomessa che Mr. Gray propone alla sua bella sono fonte di un certo umorismo (par di capire non involontario) e un paio di strizzatine d’occhio metacinetelevisive (il riferimento al serial killer nel secondo incontro tra i due rimanda al ruolo precedente di Dornan nella serie inglese The Fall), mentre si può giocare a riconoscere prestiti e furti da romanzi rosa e letteratura romantica (in cui vengono infilati, per non farsi mancare nulla, Jane Austen, Charlotte Bronte e Thomas Hardy). Che poi il rapporto tra i due protagonisti più che un romantico interludio si configuri come un complesso rapporto di forze e potere, in cui a tenere “il frustino per il manico” è sempre chi sa dosare meglio offerte e sottrazioni, non lo allontana comunque molto dai tradizionali romance cinematografici conditi di qualche pepe in più.

Il problema sorge quando il film comincia a prendersi sul serio, facendo balenare backstory tragiche da manuale (che a chi scrive hanno fatto venire in mente quelle su misura create per i personaggi dei videogiochi in Ralph Spaccatutto) e reiterando un conflitto semplicistico (visto che i due protagonisti sono gli unici dotati di contorni precisi, il resto dei personaggi ha un ruolo limitato nell’influenzare le loro scelte) fino a un epilogo che ha la spudoratezza del cliffhanger da soap opera e la perentorietà della chiusura di capitolo di un romanzo d’appendice. Un finale che rimanda all’inevitabile sequel con la tranquilla indifferenza alla critica di qualunque provenienza e la sicurezza di avere già in tasca milioni di potenziali “clienti” di un prodotto che sa benissimo come vendere.

Laura Cotta Ramosino

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