CANNES, UN VERDETTO CHE CI PIACE

CANNES, UN VERDETTO CHE CI PIACE

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Il cinema italiano, non sempre apprezzato in patria, all’estero da qualche tempo non se la passa male, tra premi Oscar e altri riconoscimenti internazionali. Quest’anno eravamo calati in forza al Festival di Cannes, con ben tre film in concorso (non avveniva da vent’anni) firmati da tre autori molto amati dai selezionatori della rassegna francese – sono tra i registi più invitati – e con un forte seguito anche in Italia. Soprattutto Nanni Moretti e Paolo Sorrentino, due autori che dividono tanto la critica che il pubblico avendo tantissimi sostenitori e altrettanti che non li sopportano, magari per ragioni non solo cinematografiche (le posizioni politiche, l’antipatia, la presunta superbia). Anche per l’usanza nazionale di “tirar giù” chi vince premi importanti: avvenne dopo l’Oscar a Nuovo cinema Paradiso a Giuseppe Tornatore, stessa cosa avvenuta a Sorrentino per La grande bellezza .

A Cannes i tre autori hanno riscosso ottimi consensi: sia Mia madre di Moretti che Youth – La giovinezza di Sorrentino e anche Il racconto dei racconti di Garrone hanno fatto messe di applausi, recensioni positive e consensi vari; ma non sono mancati i distinguo, le stroncature, le critiche. Come sempre: pochissimi film contemporanei, oggi, mettono d’accordo tutti. Più facile mettersi d’accordo a distanza di tempo, sui titoli che diventano classici. Ma qualcuno che troverà deludente il film che piace a tutti si troverà sempre.

Il clima, insomma, che si era creato attorno ai tre italiani faceva sperare qualche premio importante. Magari la Palma d’oro, già vinta da Moretti con La stanza del figlio nel 2001, avvicinata due volte da Garrone arrivato secondo con Gomorra (2008) e Reality (2012, si disse proprio grazie a Moretti presidente di giuria); Sorrentino a Cannes vinse solo un premio minore con Il divo (2008), ma era in ascesa e fu comunque una grande consacrazione. Invece, domenica 24 maggio, la doccia gelata: nessun premio, né grande né piccolo, ai loro tre film. Di conseguenza, delusione nazionale su tutti i giornali (anche chi non li aveva particolarmente apprezzati), accuse al sistema italiano di contare poco (stavolta non avevamo giurati italiani a spingere i nostri film) e alla Francia di aver voluto spadroneggiare con ben tre premi, tra cui il principale. Ma è stato così scandaloso il verdetto della giuria guidata dai fratelli Coen (che, come spesso capita con i registi di Hollywood, hanno premiato film lontani dal loro modo di fare cinema)? Sono stati succubi, loro e gli altri giurati (l’altro americano Jake Gyllenhaal, il canadese Xavier Dolan, il messicano Guillermo Del Toro, l’inglese Sienna Miller, la spagnola Rossy De Palma, la maliana Rokia Traoré, nonché Sophie Marceau che giocava in casa), di un cinema francese che mostrava i muscoli fin dalla scelta del direttore Thierry Fremaux di piazzare in gara ben 5 titoli transalpini su 19, quasi tutti contestati dalla stessa stampa locale?

C’è una premessa da fare: ogni giuria ristretta scontenta sempre. Con 7-9 giurati, basta poco per creare verdetti troppo estremi o al contrario frutto di eccessivi compromessi: i gusti non possono mai essere simili, con artisti dai percorsi molto differenti. Diverso il discorso per gli Oscar (dove votano oltre 6000 personalità di Hollywood) o per i premi nazionali come i Cesars in Francia o i David di Donatello in Italia (oltre 2000 votanti). E pure lì le discussioni non mancano mai. Come hanno ammesso gli stessi Coen, «un’altra giuria avrebbe assegnato premi diversi». Sui tre italiani, non unendoci mai alle mode di chi parla sempre male per partito preso del nostro cinema, e stimando le carriere dei tre registi (forse il meglio che c’è nel nostro Paese, dove pure non mancano altri grandi nomi, si pensi a Tornatore, Salvatores, Virzì…), siamo lieti dei consensi soprattutto da parte della stampa internazionale; magari non compatta (i francesi pro Moretti, gli inglesi e gli americani pro Sorrentino, per Garrone lodi trasversali). Ma c’è da ammettere che tutti e tre i film avevano, oltre a parecchi pregi, alcuni difetti o comunque elementi tali da non renderli opere premiabili all’unanimità: come era stato per i citati La stanza del figlio, Gomorra, Il divo che furono davvero casi eclatanti nelle rispettive edizioni del festival francese (o, molti anni prima, La vita è bella che si piazzò secondo). Quello che nessuno dice chiaramente è che quelli presnetati quest’anno non sono i loro film migliori: non è un dramma, come non lo è non vincere un premio. Oltre tutto il pubblico italiano li sta premiando nei cinema, e il successo al botteghino è sempre importante per un autore per non condannarsi all’autoreferenzialità. Ma allora, stop alle polemiche (peraltro dell’ambiente, e non dei tre registi): bisogna accettare con serenità il verdetto di Coen e C. Che oltre tutto ci piace molto, almeno nei premi principali: se è sballato il premio per la sceneggiatura a un film modesto come Chronic del messicano Michel Franco, riscattato solo parzialmente da una prova intensa di Tim Roth, e se sulle attrici forse si poteva scegliere meglio, il premio al miglior attore gratifica il roccioso e sensibile Vincent Lindon dopo tanti anni di ottime interpretazioni, in un film molto attuale come La loi du marché . E se il secondo premio all’esordiente ungherese László Nemes per Saul Fia è un pugno nello stomaco che svela aspetti meno noti della pagina nera dello sterminio di Auschwitz (con gli ebrei chiamati a collaborare allo smaltimento dei cadaveri), è soprattutto la Palma d’oro che ci ha entusiasmato.

La vittoria di Dheepan di Jacques Audiard, infatti, è molto più lineare e convincente di tante altre premiazioni del passato, a Cannes o peggio ancora a Venezia (dove quest’anno, un angosciante e grottesco filmetto svedese ha vinto e dove il bellissimo Birdman non prese nulla…). Il film di Audiard era tra i pochi che sapesse unire qualità formali, tensione narrativa e profondità umana: la storia dei tre fuggiaschi dallo Sri Lanka – un uomo, una donna e una bambina – che si devono fingere una famiglia per ottenere i documenti di tre sfortunati connazionali morti è l’affondo su un problema di drammatica attualità come l’immigrazione, ma anche uno sguardo pieno di pietas su vite segnate dal dolore, dall’emarginazione e dalla violenza; la banlieu parigina dove finiscono, infatti, non è tanto meglio della guerra civile da cui scappano. Non solo, è anche una storia emozionante di apertura all’altro, un altro che ti ritrovi accanto senza volerlo. Ne riparleremo quando uscirà in Italia. Certo è che Dheepan non ha rubato nulla, anzi: non è certo un film perfetto (qualche riserva ce la suscita anche questo film, in un’edizione dove di film perfetti c’è stato forse solo, fuori concorso, il film di animazione Inside Out), non avrà la potenza di un film come Il profeta con cui Audiard aveva stregato i cinefili pochi anni fa. Ma è un film più necessario e prezioso, oggi. E se avessimo dovuto scegliere un film, quest’anno, personalmente avremmo scelto proprio Dheepan .

Antonio Autieri

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Appassionato di cinema e di informatica, a tempo perso si diletta di siti internet e varie amenità.