12 Soldiers

12 Soldiers

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La storia della missione impossibile intrapresa da un gruppo di 12 soldati scelti per sferrare il primo contrattacco ad Al Qaeda dopo gli attentati dell’11 settembre.

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Dopo la ferita dell’11 settembre la macchina da guerra dell’intelligence americana si è attivata sotto tutti i fronti per dare una stoccata ad Al Qaeda, nella speranza che un veloce e mirato intervento di squadre speciali sceltissime potesse porre fine al predominio dei talebani in Afghanistan. La storia di 12 Soldiers, esordio alla regia del danese Nicolai Fuglsig, ci racconta le vicende del primo drappello di coraggiosissimi soldati scelti per portare a termine quella che sin da subito sembrava una missione impossibile: conquistare la città baluardo dei talebani senza il supporto diretto delle basi militari, in piena terra nemica e in alleanza con uno dei signori della guerra del luogo, affamato di vendetta e non meno pericoloso del fronte terrorista.

La pellicola, sceneggiata da Ted Tally (Il silenzio degli innocenti) e Peter Craig (The Town), punta il tutto per tutto sulla carta del patriottismo, collocandosi in fila dietro una numerosissima schiera di film di guerra desiderosi di celebrare l’amore americano per il proprio paese; ma nonostante il pur fitto strato di retorica che avvolge l’intero svolgimento della vicenda, la ben calibrata psicologia che costruisce i due leader alleati (da una parte Chris Hemsworth, comandante della squadra americana, dall’altra il generale Dostum, interpretato dal bravo Navid Negahban) riesce a mettere in gioco tensioni che travalicano il puro genere del war movie per entrare nella logica del film western. Così ci si ritrova gettati nel mezzo di una battaglia ad altissimo rischio, contro un esercito di migliaia di talebani armati fino ai denti con soltanto dei cavalli e la propria capacità strategica a guidare gli spostamenti in mezzo al deserto.  La gradevole ironia sfacciata che tipicamente caratterizza i soldati americani si alterna alla rigida disciplina da combattenti degli autoctoni, riuscendo nell’intento di alleggerire (e talvolta riempire) dei tempi di narrazione non sempre azzeccati e ben ritmati. L’evoluzione del rapporto tra i due protagonisti e il fronte comune per il quale si ritrovano a combattere accompagna e arricchisce le oltre due ore di film, scavando nel loro background e cercando una profondità non scontata per un prodotto del genere.
Tuttavia, nonostante gli evidenti pregi  – anche di un’ottima regia –  che quest’opera si porta dietro, la storia sembra non ingranare mai davvero la marcia giusta per conquistare lo spettatore: tempi e trame sospese tra una battaglia e l’altra, scambi di promesse e memorie rievocate perdono di verve nella ripetitività delle dinamiche con cui vengono messe in scena. Il resto del cast, occupato da attori di un certo rango (tra cui un Michael Shannon sprecato) viene lasciato in balia di personaggi la cui caratterizzazione è appena abbozzata, creando un vuoto attorno ai due protagonisti e pilastri portanti dell’intera pellicola.
L’ultimo atto trova dunque uno spettatore impaziente di concludere un viaggio trascinatosi troppo a lungo, incapace peraltro di dare concretezza ad alcune tematiche che erano stai disseminate, ancora in nuce, dai personaggi durante la vicenda. I titoli di coda chiudono il sipario di questo teatro di guerra lasciando la netta sensazione di aver in parte mancato l’occasione di creare un gioiellino del genere, limitandosi ad una  medietà con qualche sprizzo di originalità: ancora troppo poco per meritare un posto nei ranghi dei cult dei war movie.

Maria Letizia Cilea

 

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